Un albero senza radici è solo un pezzo di legno

 

Gli ultimi 3 anni ho lavorato praticamente con un unico scopo: risparmiare sufficiente denaro per le mie trasferte di maratona e soprattutto per le mie trasferte coreane. Per quanto logico possa sembrare, non è stato così scontato per me scoprire di avere voglia di visitare la mia terra natia, anzi! Fino a non molti anni fa, respingevo con determinazione qualsiasi accenno alla Corea, e a coloro che innocentemente mi chiedevano: “Sei mai tornata dalle tue parti? Ti piacerebbe vedere i posti in cui sei nata e cresciuta i primissimi anni della tua vita? E ti piace di più l’Italia o la Corea?”, rispondevo con dei grugniti che facevano capire loro l’antifona…..Meglio stare alla larga da questo argomento….Soprattutto la terza domanda della serie (ormai la sequenza era inequivocabilmente quella, con qualche incursione di “Ma ci vedi con quegli occhi?”): “Ti senti più italiana o coreana?” Oggi risponderei con un’altra domanda: “E tu? Vuoi più bene a tua madre o a tuo padre?” Io amo entrambi, ma in modo diverso, così come accetto il mio essere coreana italiana, o italiana coreana. Sono tutt’e due le cose, in modo differente e in misura variabile, ma adoro letteralmente “sentirmi coreana fino al midollo” durante quelle tre settimane all’anno in cui il “korean style” è la mia unica fonte di ispirazione.

KIMHo odiato il mio essere coreana, figlia adottiva, diversa, come poche cose nella vita, soprattutto durante la mia infanzia: ricordo come se fosse ieri le ore trascorse in bagno a lavarmi la faccia con il Dash in polvere (sempre lui), con la speranza che la magia avvenisse e che come per incanto la mia pelle assumesse un bel candore anziché quella sfumatura giallina di cui tanto mi vergognavo… E che dire delle notti dormite con una molletta da bucato sul naso con la speranza che la patata lasciasse il posto a qualcosa di più affusolato? I segni sul naso mi duravano mezza giornata e il mio naso è ancora inguardabile, ma se non altro ho scoperto di non essere la sola a ricorrere a questo stratagemma suggerito da Emy di “Piccole donne”: realizzare di non essere l’unica pazza in questo mondo, credetemi, è molto consolatorio. Come consolatorio è stato molti anni dopo, realizzare che le stesse paranoie di figlia adottiva, coreana, erano le stesse di molti altri, anche se penso che il discorso si possa ampliare anche alle altre etnie; consolatorio è stato realizzare, molti anni dopo, che gli sberleffi e le derisioni di cui sono stata vittima da piccola erano le stesse di molti altri: come dimenticare le cattiverie dei bambini del mio quartiere che a suon di “Non puoi giocare con noi, tornatene in Cina giallona” e ancora “La tua mamma e il tuo papà non sono i tuoi veri genitori…i tuoi genitori veri ti hanno abbandonata perché eri cattiva”(Quindi se io faccio la brava non mi abbandoneranno anche “questi genitori”) mi gettavano nella disperazione più completa? Mamma reagiva a questi episodi intervenendo puntualmente, difendendo a spada tratta la “sua povera bambina” provocando così un danno ancora maggiore: io ero la giallona che nonostante provenisse dalla terra dei samurai aveva bisogno di mammina per difendersi….. E di cose dolci per consolarsi: ancora oggi mi porto dietro questo retaggio, niente come qualcosa di dolce ha il potere di risollevarmi il morale. Anche un allenamento ben riuscito a dire il vero, ma questo è un altro discorso.

Ho quasi 44 anni e se qualcuno mi chiedesse di fare un primo piccolo bilancio della mia vita, il primo istinto sarebbe quello di riassumerne la prima parte (diciamo fino a circa 5 anni fa) in un perenne conflitto interiore: dopo i deliri dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima giovinezza, il richiamo della mia terra d’origine ha cominciato a manifestarsi, dapprima in sordina, poi via via sempre più prepotentemente fino a diventare un richiamo irresistibile ed irrinunciabile; ovviamente non è successo dall’oggi al domani, non ho avuto nessuna visione e non mi sono svegliata una mattina dicendomi: “Ok, da oggi basta con ste menate, voglio scoprire le mie origini, accetto di sentirmi sempre un po’ double face, voglio non vergognarmi mai più della mia faccia”! Magari fosse stato così facile….. E’ stato un percorso difficile, lungo, doloroso. Come la maratona, ed è per questo che sento di avere un legame particolare con questa distanza.

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Un mattone alla volta, il muro che avevo eretto fra me e il resto del mondo, fra i tanti me in lotta fra loro, ha cominciato a sgretolarsi lasciando solo quelli buoni: il mattone Maurizio, i mattoni Alberto e Stefano, il mattone pazzo viaggio del 2000 in bicicletta, del viaggio del 2013 e ancora più quello del 2014 e l’ultimo in ordine di tempo, quello di settembre 2015. Magari vi parlerò di questi miei piccoli passi di avvicinamento in altri post, compreso il mio primissimo viaggio nel 1985 con mamma Emma.…

 

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KIM2Quello che voglio fare oggi è farvi partecipi di quella che considero la mia personalissima vittoria: l’accettazione. Del mio abbandono, di me stessa, riflessa da uno specchio o da una vetrina, della mia doppia identità, del mio viverle entrambe in un equilibrio ancora delicato. E’ sempre il contesto che fa la differenza, e ci sono occasioni in cui sono italiana al 70% e per il restante 30 coreana, come ci sono occasioni in cui sono coreana al 99% e chissenefrega di quell’1 per cento mancante!! Non lo sarò mai totalmente, nonostante io mi ostini a sentirmi tale in determinate occasioni: l’adorare il kimchi, la camminata da “figo della valle” con le anche aperte, il possedere particolarità tipiche della mia razza come la cocciutaggine o lo stakanovismo ad esempio, non fanno di me una “vera coreana” e non è nemmeno la mia aspirazione. Per me è già grandioso camminare per strada senza abbassare lo sguardo con vergogna e una goduria quando i miei figli dimostrano di essere fieri di possedere una seppur minima quantità di DNA coreano: l’altro giorno ad esempio…..Stefano, rivolto a suo fratello maggiore, Alberto, con cui ho condiviso e sofferto uno dei miei viaggi qualche anno fa: “Ma perché devi essere così preciso, fino alla nausea accidenti?” E Alberto: “Perché sono coreano!” E chi sono io per contraddirlo? I miei figli sono italianissimi, sono nati in Italia da padre italiano, odiano aglio, peperoncino e kimchi, però…… Però! Sono orgogliosa di avergli trasmesso, forse anche inconsapevolmente imposto, un po’ di coreanità perché non bisogna mai dimenticare chi siamo e da dove veniamo.

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Un albero senza radici è solo un pezzo legno, ed ogni singolo viaggio ha contribuito a rendermi meno pezzo di legno e più albero, vestendomi di nuove gemme…. Forse non sarò mai una quercia, o uno di quegli alberi centenari con radici ben piantate nel terreno, ma sicuramente non sarò mai più solo un pezzo di legno.

 

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Photo credit: Pierre Ogeron

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