Piano, ma continua a correre

A chi non è mai successo di “scoppiare” in allenamento e peggio ancora durante una gara?

Essendo sprovvista di un buon motore ma piena all’inverosimile di tenacia e determinazione, quando decido di mettermi alla prova per l’ennesima volta scelgo sempre la mitica distanza dei 42 chilometri. Nulla come tagliare il traguardo di una maratona ha lo straordinario potere di farmi sentire invincibile, una sorta di “wonder woman” dagli occhi a mandorla che attraverso la loro visione in 16:9, rigoni neri compresi, si rivive il proprio film, ancora, ancora e ancora, per giorni e giorni.

Faccio parte anch’io di quella categoria di runners in grado di snocciolare una descrizione dettagliatissima, chilometro per chilometro, di ogni singola gara disputata (poi magari non ricordo il compleanno della suocera, ma emh…questo è un altro paio di maniche ): di come un sordo fastidio al ginocchio percepito al 24^ km, sia diventato una fitta insopportabile al km 38, di come quell’incredibile stato di grazia, il famoso stato di flow, sia durato per tot minuti per poi trasformarsi in lenta agonia con il trascorrere del tempo e dei chilometri. Un’agonia che non lascia spazio a nient’altro che ad un unico pensiero, sempre più subdolo ed ammaliante mano a mano che la falcata si trasforma e tutto sembra tranne che una falcata e il corpo sembra ripiegarsi su se stesso: “ADESSO CAMMINO”.

Cedere al cammino è un po’ una sconfitta, è rompere un tabù che ti farà riprendere a corricchiare e camminare parecchie volte, tanto non è mica la fine del mondo, vero? Qualche decina di metri, giusto per rifiatare un po’, giuro che sarà l’ultima e poi la corro fino al traguardo. Purtroppo 99 volte su cento non è così, e l’aver ceduto quella prima volta ti fa sentire in un certo senso legittimato a continuare a farlo: corri, cammini, corri, cammini, corri…. E quelle persone che hai superato qualche chilometro fa, sono le stesse che mentre cammini ti battono sulla spalla e ti dicono “Dai dai, forza forza!!” e che vorresti letteralmente mandare a quel paese….

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Finora ho corso 12 maratone, e a parte le ultime cinque, le ho camminate tutte almeno per qualche tratto e ben prima del tanto temuto muro del 35mo km, spauracchio e incubo di molti podisti. Vi assicuro che tutte le mie maratone, dalla prima all’ultima, sono sempre state supportate da una preparazione meticolosa se non addirittura certosina; durante quei famosi 4 mesi che precedono l’appuntamento per me non esiste nient’altro o quasi: la tabella diventa il fulcro della mia esistenza, attorno alla quale ruota tutto il menàge famigliare, scandito da levatacce mattutine in nome di nuovi idoli da venerare chiamati ripetute, fondi medi e lunghissimi, caratterizzato da crolli incresciosi sul divano appena dopo il tramonto con bavetta annessa e da nuovi e convinti propositi di alimentarsi finalmente in modo decente…. Ma vogliamo parlare di come si riduce casa dopo circa due mesi dall’inizio della preparazione? Le improvvisate caffè delle amiche: “Scusa il disordine,  ma sai, sto preparando Venezia” “Ah…non so perché, ma l’avevo capito”…Però nei loro occhi intravedo spesso  qualcosa di simile all’ammirazione e chissà che prima o poi…. E che dire a proposito di ogni piccolo fastidio muscolare, stiramento, o solo semplice sovraccarico, in grado di terrorizzarci con lo spettro dell’infortunio? Improvvisamente diventiamo tutti dei super meccanici che si prendono amorevolmente cura della loro carrozzeria, fatta di articolazioni, tendini e muscoli, e siamo pure disposti a “perdere tempo” in quei famosi dieci minuti di stretching pre e post allenamento. Mi sono appena resa conto, rileggendo, di aver usato il plurale maiestatis, forse perché in fondo noi maratoneti ci somigliamo un po’ tutti, e le mie paranoie sono anche le vostre, e i miei dubbi sono un po’ quelli di tutti (cavolo, avrò fatto bene a fare l’ultimo lunghissimo 3 settimane prima o era meglio farlo 4? E ancora… Avrò supercompensato a sufficienza con i carboidrati o mi ritroverò in crisi prima del previsto domani?)

La gara di domani vi darà qualche risposta, ma non è detto che questa non sia anche frutto del caso o di una fortunata coincidenza: mi verrebbe da dire che in maratona non si improvvisa nulla ma avrete sempre la prossima gara per scoprirlo. Io ho scoperto che certe cose te le insegna solo l’esperienza: che la maratona esige dedizione, rispetto e pazienza.

L’esperienza, seppur breve, e varie batoste mi hanno insegnato che il modo migliore per correre la mitica distanza è dividerla idealmente in 42 frazioni da 1 km da correre alla stesso ritmo (quello testato fino alla nausea durante la preparazione): il positive e il negative split, ovvero il correre la seconda metà di gara rispettivamente più lenta o più veloce rispetto alla prima metà, li lascio volentieri ai fuoriclasse keniani.

Eppure può capitare, e a me è capitato spesso, che nonostante tutto si ceda al cammino: nulla di grave, ma il consiglio che mi sento di darvi è di fare il possibile affinché ciò non avvenga, perché camminare toglie un po’ di gusto al sapore del traguardo, rendendolo dolceamaro. Quindi io in questi anni ho escogitato vari stratagemmi e trucchetti mentali (cui dedicherò un altro post a breve) con l’unico scopo di non farmi rispondere a chi mi chiedeva alla fine di ogni gara “Allora??Contenta?? Caspita!!! Hai corso una maratona!!”…

……….

Si, contenta, però se non camminavo era meglio accidenti!

Qualcuno mi accusa di pretendere troppo da me stessa, ma una volta assaporata la vera goduria di tagliare il traguardo avendo SEMPRE e SOLO corso, chi me lo fa fare di camminare? Spesso è solo una questione di testa. Perciò, se la vostra preparazione è stata sufficientemente completa e le vostre condizioni psicofisiche lo permettono….. Piano, ma continuate a correre!

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