La dignità delle 4 ore

E’ andata meglio del previsto. Una manciata di secondi prima che il cronometro scandisse le quattro ore, ho tagliato il traguardo dell’Unesco Cities Marathon, in condizioni psicofisiche tutto sommato buone. Sapevo che la preparazione per questo appuntamento era carente sotto molti punti di vista, per tutti i motivi già espressi nel post “Tabella perfetta, gara disastrosa”, ma confidando nel minimo sindacale svolto durante gli ultimi 3 mesi e nella magia che il pettorale di gara sa sempre ed inevitabilmente compiere, ho finalizzato in quattro e quattr’otto iscrizione, pernottamento ed organizzazione famigliare: sono molto fortunata, perché i miei figli e soprattutto mio marito sostengono da sempre questa mia passione, e pur non condividendola nella sua pratica, quando capitano queste trasferte, posso godermele in piena libertà ed indipendenza senza troppi sensi di colpa; quei sensi di colpa che invece ho le rare volte che me li ritrovo al traguardo, felici di vedermi arrivare, finalmente,(io di più a dirla tutta) ma sfiancati dall’attesa e dalla delusione nel rendersi conto che l’ennesimo puntino in lontananza che si avvicina…… non sono io! Se poi ci aggiungiamo “Mamma, ma ti sei persa? Ci hai messo una vita, avevamo pure le bandierine, ma si sono afflosciate anche quelle a forza di aspettare e…. Prima di te è arrivata gente che non diresti mai, vecchi di cent’anni, di almeno cento chili e con la panza!” Beata gioventù….

Sono partita da Cividale del Friuli consapevolissima che sarebbe già stato un successo riuscire a correrla tutta, senza pause cammino, perché i chilometri nelle gambe erano veramente pochi, e gli allenamenti di qualità praticamente inesistenti: appena due lunghissimi decenti, uno di 30 e l’altro di 34 chilometri, qualche uscita blanda, il nuoto sempre più presente, insomma, una preparazione un po’ così così, non dico alla carlona, ma improvvisata sicuramente sì. Però stavo (e sto) fisicamente bene, nessun problema fisico tipico del runner (sindrome del piriforme o della bandelletta ileo-tibiale, periostite o problemi al tendine d’Achille), quelli di cui sembrano soffrire più o meno tutti poco prima della partenza: “Guarda, è già un mezzo miracolo se arrivo alla fine con questo ginocchio…ho fatto due infiltrazioni nell’ultimo mese e mezzo” …… Oppure “Non mi sono praticamente allenato, una rogna dietro l’altra”. Poi, magari, questi sono gli stessi che si ritrovano all’arrivo, in perfetta salute e supercontenti perché hanno appena stabilito il loro personale, e allora …..Basta pellegrinaggi a Lourdes, lo sparo dello starter ha poteri superiori, addirittura miracolosi in alcuni casi!

IMG-20160329-WA0000Battute a parte, sono felice di aver raggiunto una certa “maturità psicologica” se non proprio atletica: quella che mi rende consapevole delle mie possibilità in base al contesto, senza quella foga agonistica che in passato mi ha portata spesso ad ottenere più danno che beneficio. Non mi stancherò mai di ripetere che la maratona è un meccanismo complesso, dagli equilibri delicatissimi, e consapevole di questo e del fatto che fossi allenata “appena suff.”, sono partita prudentissima, imponendomi un ritmo monomarcia in grado di portarmi fino alla fine senza farmi avere un rigetto nei confronti della corsa. Per la prima volta mi sono agganciata ad un gruppo di pacer, quello delle quattro ore, determinata a non mollarli nemmeno per un attimo, primo perché era impensabile anche solo sperare di fare meglio in termini di crono, secondo perché avrei avuto sicuramente bisogno dell’aiuto psicologico che regala a volte il correre in gruppo anche se mi autodefinisco “lupo solitario”.

E ho scoperto un mondo.

Non ho mai avvertito la necessità di avvalermi dei palloncini per avere un riferimento del ritmo da tenere, perché mi sono sempre preparata in modo tale che il ritmo gara fosse una diretta, istintiva e naturale conseguenza di tutto il lavoro svolto prima, e l’essere superata dal gruppo delle quattro ore in qualche maratona passata mi ha spesso sbattuto in faccia l’amara realtà di aver combinato un macello nella prima metà di gara….. Buffo come in base alle circostanze in cui ci si trova, lo stesso elemento possa indifferentemente essere causa di sconforto totale o àncora di salvezza: i pacer sono davvero degli angeli custodi con i quali si crea un legame particolare, e facendosi carico di una responsabilità enorme per tutta la durata dei 42 chilometri, sarebbero degni del massimo rispetto solo per questo; personalmente mi sono sentita “coccolata” quando ad ogni ristoro uno di loro si procurava le bottigliette d’acqua per tutto il gruppo in modo da farci risparmiare secondi ed energie preziose, quando arrivava l’aggiornamento ad ogni chilometro “Tranquilli che siamo in campana, abbiamo addirittura un certo margine”, quando leggevo un vero rammarico nei loro occhi se qualcuno del gruppo, inesorabilmente, perdeva il contatto e rimaneva indietro; cosa che è successa anche a me, proprio durante gli ultimi tre chilometri: indietro ma non troppo, ho cercato di mantenere sempre almeno il contatto visivo con quei due palloncini azzurri una volta perso quello con lo sguardo di Daniele, che amo pensare si girasse continuamente per assicurarsi di non “perdere anche me” (ma forse la mia è solo un’illusione). Mancava pochissimo al traguardo ormai, io ero proprio al limite, quel famoso margine si era ridotto all’osso, e, ciliegina sulla torta, si era alzata un’aria leggera ma fastidiosa ed ovviamente in senso contrario (a favore mai, eh?) quando da non so dove è sbucato il terzo pacer angelo custode che ha letteralmente gridato: “DAI! FORZA! NON MOLLATE CHE CI SIAMO…E TU, – io? Proprio io??! – METTITI DIETRO DI ME CHE TI RIPARO DAL VENTO”

Tagliare quel traguardo è sempre una piccola grande vittoria: averlo fatto ad Aquileia in 3 ore, 59 minuti e 50 e tot secondi, mi regala quella piccola soddisfazione in più, attribuendo alle mie quattro ore la giusta dignità, anche se ho chiuso maratone con tempi migliori…. Ma anche peggiori, e di parecchio, nonostante la preparazione fosse stata ottimale, quindi, ben venga!

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Dopo ogni maratona sono una persona più ricca: di esperienza, di gioia, a volte, di dolori, sempre, di energia positiva, di bei ricordi. Stavolta è toccato all’Unesco Cities Marathon farmi questo regalo; grazie ad un percorso piatto e velocissimo sono tornata a casa soddisfatta, soffrendo meno di altre volte (che per me vuol dire scendere le scale il giorno dopo senza “morire”), ho rinsaldato vecchie amicizie condividendo cibo, passione, aneddoti ed avventure, aggiunto nuovi contatti, conosciuto in carne ed ossa amicizie facebookkiane virtuali, e ricevuto l’ennesima conferma che questo è un mondo bellissimo, fatto di gente bellissima…. Grazie

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4 thoughts on “La dignità delle 4 ore

  1. Cara KIM, sono Gianni…responsabile dei pacer per Unesco Cities Marathon 2016. Con gioia leggo e giro il tuo commento alla nostra maratona. Siamo tutti felici dei leggere le tue righe in quanto, se da un lato non si cerca piccola gloria, dall’altro fa davvero piacere poter concretamente toccare con gli occhi che il lavoro e la passione per questo sport sono apprezzati.
    Grazie, quindi per aver espresso le tue emozioni e con esse anche il piacere di aver corso sulle strade del noastro amato Friuli.
    Son certo che con molti di noi “minimimaratoneti” condividerai ancora strade e traguardi, forse all’insaputa gli uni degli altri, ma se deciderai di tornare qui(e lo speriamo) sarai ancora la benvenuta!

    Gianni “Friulrunner” Stelitano

  2. Ciao kim! Ti ho pedinata per ore lunedì, conosco ogni tuo singolo capello. Sei stata pacer fra pacer per me!
    Grazie e… alla prossima!

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