Il passato attraverso i miei figli

Fra poche settimane una mia cara amica diventerà mamma. Anche lei è di origine coreana, e, come me, è stata adottata da una famiglia italiana. Ci siamo conosciute nel 2013, in occasione del Gathering mondiale che ogni tre anni viene organizzato a Seoul e che richiama nella capitale coreana un numero incredibile di adottati coreani provenienti da ogni parte del mondo: avevo deciso di parteciparvi con mio figlio Alberto, che all’epoca aveva 11 anni, perché avevo cominciato da poco a manifestare un certo interesse per il mio paese d’origine e condividere certe esperienze con mio figlio, rendeva questo viaggio importante sotto molti punti di vista, per entrambi.

Tutti i miei viaggi coreani sono stati importanti, per motivi e circostanze diverse, persino quello tremendo del 1985 con mamma Emma (ma lo dico 31 anni dopo): quello del 2013 lo ricorderò come il viaggio che in un certo senso mi ha fatto fare pace con la Corea, che mi ha regalato nuove consapevolezze, nuove amicizie nate anche dalla condivisione di paranoie e nevrosi comuni, e che ha bruciato sul nascere una qualsiasi, realistica speranza sul fatto di rintracciare i miei genitori biologici…. Rimane sempre la fantasia, e in questo, lasciatemelo dire, sono un fenomeno. Ma mi serve, fosse anche solo per tenere viva l’illusione più grande della mia vita. Di questo e molto altro abbiamo parlato con la mia “sorella d’anima” quando ci siamo ritrovate a Seoul lo scorso settembre, quasi casualmente: incredibile, in Italia non ci vediamo praticamente mai, in Corea sempre…. E senza metterci d’accordo! ‘Sti coreani…. Anzi, ‘ste coreane…..

zuppakorRicordo benissimo la nostra mega chiacchierata/confessione davanti ad un’enorme zuppa superpiccante e superbuona: è facile e spontaneo scambiarsi i pensieri più intimi quando tutto è supportato dall’alchimia di un rapporto che non ha bisogno di tante spiegazioni perché il fatto di aver condiviso le stesse esperienze, il fatto di avere quell’unico denominatore comune che è l’essere nate in Corea ed essere state adottate in Italia, ti fa risparmiare tanti convenevoli e ti permette di comunicare ad un livello di sintonia superiore. Quel pomeriggio, in un ristorante affollato di Myeongdong (un quartiere molto popolare di Seoul), si è parlato anche di maternità…..

Cosa significa per un’adottata diventare mamma?

Cosa ha significato e significa per me che ho sempre sofferto di una voragine affettiva enorme causata dall’abbandono e dall’aver trascorso i primi quattro anni della mia vita in due orfanotrofi diversi?

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Qualcosina è già emerso nel mio post Un albero senza radici è solo un pezzo di legno, ma il rendermi conto che fra non molto anche la mia amica milanese diventerà mamma, mi rifionda come un boomerang a quando lo sono diventata io la prima volta. Per me era di fondamentale importanza diventare “mamma di sangue”, perché ho sempre sofferto come un cane quando mi permettevo di pensare al mio abbandono: “Ma come?- mi dicevo-Vedo queste mamme africane, del Terzo Mondo, che non hanno nulla, nulla se non un seno rinsecchito da cui non esce nemmeno una goccia di latte, eppure hanno il loro bambino fra le braccia, pieno di mosche e denutrito, rischia di morire, ma è lì, tra le braccia di sua madre”. A nulla servivano i tentativi di mamma Emma di “travestire” il mio abbandono nell’estremo gesto d’amore di una madre che, per amore appunto, compie il gesto più drammatico e doloroso che si possa immaginare, nella speranza di regalare alla propria creatura un futuro migliore. Di questi scontri verbali con lei, ricordo solo ciò che rimaneva alla fine: un silenzio esausto. Nella mia piccola bolla egoista, di bambina “ingiustamente defraudata” del suo amore di diritto perché ovvio e naturale, mi mancava totalmente la maturità intellettiva necessaria per vedere oltre al mero significato della parola adozione, mi mancavano totalmente gli strumenti per affrontare nel migliore dei modi la mia realtà (ma esiste poi il modo migliore?), che mi avrebbe permesso di accogliere e non respingere il groviglio di emozioni che essa scatena. Ogni volta. Lo sta facendo anche ora. Per me si riduceva tutto a: sono stata abbandonata, perché? Ti odio per avermi provocato questo dolore tremendo, magari non hai nemmeno provato a tenermi con te e vedere se ce la potevi fare, perché? Ed è anche colpa tua se faccio soffrire mamma Emma, lei non lo merita, lei è meglio di te, perché mi ha cercata, voluta ed accettata senza sapere nulla, senza garanzia e senza clausola “soddisfatti o rimborsati”, a scatola chiusa.

Accidenti quanto è dura scrivere questo post.

Io non saprò mai il motivo del mio abbandono, le cause possono essere molteplici; certo è, che se un giorno, miracolosamente, riuscissi a trovare la mia madre biologica (non mi piace fare questo tipo di distinzione, ma è sempre preferibile a “vera” madre) sarei curiosa di vedere se, molto banalmente, mi somiglia. Avrà anche lei gli incisivi storti a prova di apparecchio come i miei? E questo naso orrendo piuttosto che le mani affusolate? Cose così, anche frivole se vogliamo, ma che mi riconnetterebbero ad un passato che…. Non c’è. Quanto odio quando qualche medico, a qualche visita, in qualche ambulatorio, mi domanda “Casi simili in famiglia? Magari suo padre? O sua madre?” Vorrei tanto avere una risposta che…… Non ho. Per non parlare di tutto quel bagaglio di emozioni/sensazioni/percezioni legati alla mia primissima infanzia di orfana, dimenticate, “resettate” ma certamente non eliminate: un pò come succede nel web, dove, da qualche parte, nei suoi meandri più profondi, in forme diverse, rimane la traccia di tutto, anche quando si crede di aver appunto “resettato”.

Ricordo di aver trascorso tutta la mia prima gravidanza in uno stato di ansia perenne: pur volendo questo bambino/a con tutta me stessa, quasi al limite del costi quel che costi non potevo fare a meno di pormi delle domande, oltre a quelle “classiche” di ogni mamma, una fra tutte: “Sarò in grado di non farmi condizionare dal fatto di essere figlia adottiva? In che modo il trauma subito da me si ripercuoterà-se si ripercuoterà-direttamente o meno, consapevolmente o meno, su mio figlio? Sarò abbastanza corazzata per cercare di non compensare i miei vuoti soffocando mio figlio di troppo amore?” Umano, credo.

Digitalizzato_20160419Fin da quando i test di gravidanza sono risultati positivi, mi sono innamorata dei miei figli e promesso loro che avrei fatto del mio meglio, e anche di più, per essere non la miglior madre del mondo (esiste? Si, ed è la tua), ma la migliore per loro, con il mio amore incondizionato, i miei errori, e si, anche i miei casini. Quando ho avuto per la prima volta Alberto fra le braccia, il cuore mi è letteralmente esploso di un amore assoluto, una sensazione così potente che per un attimo ho creduto di svenire: finalmente avevo un senso, avevo generato vita, e ci credete se vi dico che per un istante mi sono sentita onnipotente? C’è qualcosa di magico quando gli occhi di tuo figlio si piantano nei tuoi, nasce un legame indissolubile che niente e nessuno può recidere.

Amo pensare che i miei figli, avendo una minima quantità di DNA coreano, siano come una prosecuzione di un  albero genealogico “ideale” nato con me, e che attraverso la seppur minima presenza di alcuni geni di qualche mio avo, possano raccontare tante storie in grado di restituirmi parte di quel passato che è ancora un’incognita: un’espressione, un gesto, una particolare caratteristica fisica piuttosto che una spiccata predilezione per determinati sapori.

E forse, magari….. Chissà che un giorno, da qualche parte in Corea, seduti per terra a gambe incrociate a mangiare kimchi e bibim-bap, non ci si “riconosca” una negli occhi dell’altra e possa dirle con orgoglio: “Questi sono i tuoi nipoti, che somigliano molto a me, ma tantissimo a te”

 

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4 thoughts on “Il passato attraverso i miei figli

  1. Cara Kim le tue parole mi hanno profondamente commossa (ho pianto in più punti) c’è magia nelle parole scritte, in queste in particolar modo, sicuramente arriva la tua genuina gioia di essere mamma (figli fortunati) complimenti sinceri per tutto cara Kim……..Mari

    1. Ciao Mari, grazie per le tue parole. Ho pianto in più punti anche io mentre lo scrivevo, sono argomenti che toccano corde profonde. Ti “stritolo” in un abbraccio 🙂

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