Ricordi coreani su due ruote




Ieri dopo tanto tempo ho rispolverato la mia vecchissima bici da corsa: pioveva a dirotto, ma era troppa la voglia di movimento dopo dieci giorni di riposo pressochè assoluto; le ultime fatiche di maratona mi hanno regalato la voglia di dedicarmi ad attività alternative, almeno per un po’ di tempo: ho ripreso gli allenamenti in piscina, con grande fatica, ritrovando dopo qualche settimana quei compagni di corso con cui si impara molto e con cui ci si diverte sempre un sacco, perché il mio obiettivo di esordire nella triplice è sempre presente, lì in un angolino non troppo nascosto del mio cervello. Ma il triathlon non è solo corsa e nuoto, è anche bici e a parte qualche seduta sporadica di spinning, negli ultimi anni non ho pedalato granchè. Me ne sono resa conto ieri, tirando fuori dal garage il mio antiquato mezzo a due ruote, una bici da corsa vintage, di quelle con le leve del cambio sulla canna che… quando cambi si gira mezza ciclabile a guardarti per il casino che fai, ma a cui sono fortemente legata per motivi affettivi: quella bici, di seconda mano e di poco valore commerciale, me l’aveva regalata Maurizio nel lontano 2000, quando avevamo appena maturato la folle idea del nostro viaggio in bicicletta attraverso tutta la Corea del sud. Un mezzo da sfruttare il più possibile, per “far gambe” come si suol dire, in previsione di ciò che avremmo affrontato una volta giunti in Corea con le nostre citybikes opportunamente adattate alle nostre esigenze. Ricordo le prime uscite su quella bici da corsa con tanta tenerezza: per me che non ero mai andata oltre alla “Graziella” per andare a comprare il pane e il latte alla bottega del paese, salire su quel mezzo “futuristico”, per quanto datato, significava annoverarmi di diritto nella categoria dei ciclisti veri. Impossibile dimenticare le prime pedalate incerte, i vari dolori al sottosella, al collo, alle spalle e alla schiena per la postura a cui non ero abituata, e soprattutto le rotatorie da capogiro vittima della forza centrifuga e pedalate ma soprattutto gridate a suon di “COME *AZZO FACCIO AD USCIRE DA QUESTA *AZZO DI ROTATORIAAA???!?”. Per non parlare delle prime cadute praticamente da ferma per l’incapacità di sganciare la scarpetta dalla pedivella con un fulmineo colpo di caviglia (unito a dei buoni riflessi) e delle mine pazzesche causate dalle famigerate rotaie filo asfalto che hanno provocato più di una volta un ammasso informe di ferro, gambe e braccia…. Oddio… Con l’aggiunta di qualche gemito/imprecazione/lamento in puro stile fantozziniano, ma solo dopo essermi assicurata che non mi avesse visto nessuno e, semmai, aver rassicurato gli eventuali spettatori con il “Tutto ok, non mi sono fatta nulla” d’ordinanza, salvo poi sfogare il mio dolore al riparo da occhi indiscreti (avete presente il gatto Tom di Tom e Jerry? Uguale)…. Lo so che state ridendo perchè capita anche a me ogni volta che ci ripenso. Ecco, ieri, dopo il primo colpo di pedale, in una frazione di secondo ho rivissuto tutto questo, ritrovando man mano la confidenza necessaria per pedalare in tranquillità e riuscendo a godere di quell’impagabile sensazione di libertà che solo le due ruote regalano, nonostante la pioggia battente. La stessa pioggia che per molti giorni ha accompagnato me e Maurizio durante il nostro pazzo viaggio coreano e che mi ha fatto rivivere una sorta di déjà vu: che avventura pazzesca! Ancora oggi, a distanza di molti anni, il ricordo di quel viaggio ha il potere di emozionarmi profondamente, per un sacco di ragioni: perché è stata in assoluto l’avventura più pazza, più folle, più fuori di testa che io abbia mai vissuto; perchè è stato il viaggio interiore per eccellenza, attraverso cui ho cominciato finalmente ad accettarmi; perchè è stata la fatica fisica più immane che io ricordi, più di qualsiasi maratona corsa finora; perchè quel viaggio ha lasciato intravedere ottime basi per un rapporto appena nato, quello fra me e il Mene, ancora fragile ma pieno di ottime prospettive per il futuro.

KOR1Il Tour de mat 2000, il viaggio dei matti nel 2000 in Corea è stato per me tutto questo e molto di più. Ho guardato con occhi nuovi quella Corea che fino a quel momento avevo sempre rinnegato, a cavallo di una bici, accompagnata dalla fatica di pedalare con 50 chili di bagaglio che si mescolava alla “lotta di convivenza” fra le mie due anime in un equilibrio all’epoca inesistente…… Amore e odio, ribellione e lacrime, attraverso 1600 chilometri di emozioni allo stato puro. Come dimenticare gli incontri avvenuti per strada, entrando in contatto con la realtà più vera di ogni Paese, quella fatta dalle persone, attraverso le quali si arriva a capire davvero una nazione, la sua storia e la sua cultura più profonda? Nel 2000 non esisteva la tecnologia che c’è adesso, nemmeno in Corea (anche se i loro cellulari  erano già all’avanguardia rispetto alla media), e ciò che ha reso speciale questo viaggio è stato anche entrare nella sua dimensione più vera, quella fatta di cartina geografica alla mano, qualche indirizzo scritto a biro sul diario di viaggio, di linguaggio gestuale e di un pizzico di fortuna quando si decideva di affidarsi al caso: chiedere ad un gruppetto di anziani la via per una destinazione e ricevere almeno 4 indicazioni diverse, sperare di aver ordinato qualcosa di sopportabile da mangiare indicando con il dito la pietanza di un altro commensale, il cominciare a riconoscere, dopo qualche giorno, i caratteri dell’alfabeto hangul che significavano motel, piuttosto che banca o ristorante… Cose così. Si, perché paradossalmente, anche se nessuno mi guardava più in modo strano per via del mio aspetto, non parlando e non capendo una sola parola di coreano, ero doppiamente straniera a casa mia. Quanto ho sofferto per questa cosa! Nella mia testa, il mio personalissimo film recitava che siccome ero nata e vissuta per qualche anno in Corea, tornandoci da adulta avrei come per incanto riconosciuto luoghi, sapori, odori, assonanze….. Nulla di più falso, o per lo meno, non del tutto vero. E’ stato sicuramente così per quanto riguarda i sapori e gli odori: ho adorato da subito i sapori della sua cucina, riconoscendoli come miei dalla prima sbacchettata di kimchi, e il puzzo caratteristico di Seoul è tra gli odori che amo di più nella vita, ma quando ho rimesso piede nell’orfanotrofio che mi aveva ospitata durante i miei primi anni… Il nulla. Certo, è stato meraviglioso toccare con mano i luoghi della mia primissima infanzia, lacerante vedere quanti bambini ancora in attesa di adozione ci fossero, toccante assistere in diretta al “passaggio di consegne” di un bimbo di pochi mesi ad una coppia americana, di fronte al quale sono scoppiata in un pianto dirotto, tanto torrenziale quanto liberatorio: troppe le emozioni concentrate in poco tempo, troppa la fatica di aprirsi ed accogliere quel già vissuto travestito da nuovo attraverso i miei occhi di adulta, troppa anche la fatica fisica sostenuta in tre settimane dove è successo praticamente di tutto.

Quanti posti stupendi ho visto, paesaggi meravigliosi che rimarranno impressi per sempre nella mia memoria, cartoline vividissime di luoghi e situazioni vissute grazie alle due ruote e che mi hanno fatto innamorare della mia terra. Ha perfettamente ragione chi afferma che la bici è in grado di regalare emozioni uniche: è un viaggiare diverso, di cuore e anima, dove il tempo riacquista la sua dimensione più vera e bella, a misura di uomo, dove tutto può accadere e capita che anche l’impensabile ….. accada.

palazzorealeEra il nostro ultimo giorno a Seoul prima del ritorno in Italia, e con Maurizio stavamo facendo i turisti al palazzo reale di Gyeongbokgung, scattando qualche foto ricordo. Avevo appena finito di raccontare al Mene di quanto mi sarebbe piaciuto ritrovare lo stesso ristorante italiano dove ero stata spesso a mangiare con mamma Emma nel 1985, in occasione del mio primissimo viaggio di ritorno alle origini. “Figurati”, gli dissi “Magari non esiste neanche più, dopo 15 anni… Ricordo solo il nome, tipicamente italiano, La Cantina, ho conservato una scatolina di fiammiferi con il logo per ogni evenienza”…. Ma non avevo né indirizzo, né qualsiasi altra informazione utile. Proprio in quel mentre,  Maurizio chiese ad un signore lì accanto di scattarci una foto, con lo sfondo del palazzo reale…

………

Grazie“, inchini, “Where are you from?” Ecc ecc. Ci salutammo, e come usanza tipica orientale, quel signore ci diede il suo biglietto da visita…. Indovinate un po’? Proprio così, il signore che ci scattò la foto era il proprietario di quella La Cantina nominata meno di 5 minuti prima! Incredibile, no? Nulla capita per caso, ma a volte la realtà supera anche di molto la fantasia….. Ancora stento a credere che in una megalopoli come Seoul, con milioni e milioni di abitanti noi fossimo destinati a questo incontro: quella sera ovviamente ci abbuffammo (letteralmente) del miglior cibo italiano mai assaporato prima, ma forse anche il più banale piatto di spaghetti del mondo ci sarebbe sembrato paradisiaco dopo settimane di riso lesso, alghe e kimchi. Questo aneddoto è solo una parte di ciò che conservo del nostro pazzo viaggio… In realtà da quel Tour de mat è partito un po’ tutto, compreso il legame fortissimo e speciale che mi lega a Maurizio: ancora prima di me, lui ha capito ciò di cui avevo davvero bisogno, e questo viaggio è stato il punto da cui siamo partiti. Insieme.

Nota: questo post è lunghissimo. Per non sovraccaricarlo ulteriormente, ho preferito mettervi a disposizione i link che rimandano ad alcuni momenti dello spettacolo realizzato al nostro ritorno in alcuni teatri trentini.

https://www.youtube.com/watch?v=NGwHKIfXwTg

https://www.youtube.com/watch?v=ddH32EnY1ks

Mi scuso fin da ora per la scarsa qualità delle immagini, ma questo è il risultato di una proiezione di diapositive commentate dal vivo e riprese da una telecamera per poi essere trasferite a loro volta su dvd. Nonostante questo, sono orgogliosissima del risultato ottenuto, e adoro condividere con voi alcuni dei momenti che hanno lasciato un segno  indelebile nella mia vita.




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