Correre aiuta sempre

Dopo la maratona di Praga lo scorso maggio, ho deciso di prendermi un periodo di ferie dalla corsa. Lo faccio ogni anno, puntualmente: il mio fisico si riprende e la mia mente si rigenera per trovare nuova motivazione in vista delle maratone autunnali, che prediligo rispetto a quelle primaverili. Negli anni ho imparato a farlo senza sensi di colpa: sono lontani i tempi in cui mi sembrava di impazzire se non correvo almeno tre volte in settimana, quasi ogni mese dell’anno, per timore di perdere la forma raggiunta; ok la dedizione, la costanza e tutte quelle cose lì, ma è impensabile per me scatenare una forma di rigetto nei confronti di quello che considero il mio primo, vero amore sportivo. Siccome non voglio assolutamente che questo accada, quando mi rendo conto che correre comincia a diventare quasi un obbligo che mi impongo nonostante sia l’ultimo dei miei desideri, significa che è giunta l’ora di un piccolo stand by: un paio di settimane, un mese, anche due se serve, in cui mi dedico ad attività alternative.

Ho ripreso con gli allenamenti in piscina e…. Ho fatto la cavolata! Spinta da non so quale spirito maligno ed ammaliata da chissà quale canto, mi sono iscritta alla mia prima gara di nuoto. A volte agisco senza pensare, facendomi guidare da quell’istinto che mi fa apparire tutto bello, meraviglioso e fico sull’onda dell’entusiasmo iniziale; peccato che man mano che passano i giorni, e che l’appuntamento si avvicina inesorabilmente, la mia ansia stia crescendo in maniera esponenziale.

  • Non so tuffarmi: vale il tuffo di pancia?
  • Non so fare le virate: è un casino orientarsi sott’acqua, distinguere l’est dall’ovest e il nord dal sud.
  • Non so nuotare: non del tutto vero; non sono (ancora) in grado di nuotare (abbastanza) velocemente (abbastanza) a lungo. Come nella corsa. E poi… Nuoto solo da alcuni mesi.

masenMa allora, perché? Me lo sono chiesta decine di volte, pentendomi di questa decisione centinaia di volte, ossessionandomi delle cose peggiori che mi potrebbero capitare milioni di volte, prima fra tutte una figuraccia memorabile che probabilmente rimarrà scritta in modo indelebile negli annali del torneo. E ieri, quando il livello di ansia e stress ha raggiunto livelli preoccupanti, l’unica soluzione possibile è stata infilarsi le scarpette e fiondarmi fuori per una corsetta nei boschi vicino casa: la famosa uscita risolutrice, quella senza cronometro per intenderci; quella della comfort zone che ti permette di godere appieno della magia del respiro che si fonde con il ritmo della falcata, che ti permette di trovare le risposte alle tue domande e la strategia migliore per la risoluzione dei tuoi problemi. Ho sempre sostenuto che la corsa è in grado di aprire e liberare la mente, e ieri ne ho avuta l’ennesima conferma: in una settimana in cui più volte mi sono ritrovata ad annaspare, (eh, questa vita!) ecco che la sgambettata di ieri (definirla corsa dopo tre settimane e oltre di astinenza sarebbe esagerato) mi ha permesso di ristabilire magicamente il giusto ordine delle cose.

Il giorno prima ho partecipato all’incontro di presentazione dell’Istituto superiore che Alberto frequenterà a partire dal prossimo settembre: le parole del dirigente e la sua passione vera, tangibile, evidente a chiunque, mi hanno conquistata, soprattutto quando egli ha posto l’accento sul fatto che la priorità assoluta del “suo” istituto è quella di valorizzare la persona con le sue potenzialità: vi dico subito che mi iscriverei subito anche io in una scuola simile, dove la pagella delle medie è ininfluente, dove si riparte da zero, dove non esiste la campanella, e, soprattutto, dove si lavora in funzione dei sogni dei ragazzi. Ecco, i sogni.

Gli americani in questo sono maestri, e se c’è una cosa che ho sempre ammirato/invidiato, è questa loro incredibile mentalità secondo cui il sogno è il motore principale su cui si basa tutto il loro agire, tutto il loro vivere; io credo che questo dovrebbe essere il principio su cui si basano le azioni di ogni essere umano: farlo mette in gioco tutto ciò che abbiamo vissuto e costruito fino a quel momento, reinventandoci ogni giorno, abbandonando le nostre (false) sicurezze in funzione di quel desiderio bruciante in grado di far emergere qualità che magari non pensiamo nemmeno di possedere.

Gareggiare nuotando in una vasca di 50 metri, confrontandomi con atleti che nuotano da mezza vita, non è sicuramente il mio obiettivo primario, e di certo non mi sono iscritta perché penso in qualche modo di essere alla loro altezza. Da bambini sogniamo, ci illudiamo di essere il Michael Phelps o il Gebre di turno, finchè non ci scontriamo con la dura realtà e ci accorgiamo, confrontandoci con gli altri, che rimaniamo indietro di mezza vasca o tagliamo il traguardo dopo 42 km quando i primi sono già stati premiati, fatto la doccia e mangiato al pasta party. Rinunciare per questo? Guai! Se partissimo da questo presupposto, ogni gara avrebbe al massimo una decina di iscritti; i numeri delle grandi manifestazioni sportive, ci dicono proprio questo: ognuno deve cercare il confronto con se stesso prima che con gli altri, e porsi degli obiettivi, grandi o piccoli che siano, ci aiuta a mantenere viva la motivazione per portarci a compiere un ulteriore miglioramento. Penso banalmente ai momenti frenetici e bellissimi prima della partenza di una grande maratona: non credo proprio che le migliaia di persone che decidono di affrontare una gara simile lo facciano con lo scopo di vincerla o di provare a dare del filo da torcere ai grandi campioni. Ognuno ha il suo personalissimo obiettivo: stare sotto le tre, le quattro ore, fare meglio dell’ultima volta, soffrire attraverso un viaggio personalissimo per rinascere purificati. E chi più ne ha, più ne metta.

Obiettivi travestiti? Forse. La natura stessa del sogno, e gran parte del suo fascino, è l’inafferrabilità, la sua evanescenza, l’impossibilità di tenerlo saldamente legato al nostro mondo fantastico dove possiamo dire, fare ed essere tutto ciò che vogliamo e modellarlo a nostra immagine e somiglianza attraverso i suggerimenti del nostro subconscio.

La mia gara di sabato? La farò perchè sono simpaticamente pazza e nella mia lucida follia voglio anche divertirmi; sarà quanto meno un punto di partenza da cui trarre insegnamento e riscontri oggettivi per progressi futuri in una disciplina che comincia a piacermi; conoscerò gente nuova; spero di non sbattere la faccia sull’acqua (che è già piatta di suo); spero di non perdere gli occhialini sbattendo la faccia sull’acqua. Spero soprattutto di non perdere la faccia. Speriamo almeno che non sia un incubo. E se anche fosse, continuerò a sognare ad occhi aperti. Che per una coreana con gli occhi a mandorla è tutto dire. Lol.




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