Corea chiama Italia

Il motto di questo blog è “Se non corro non sono coreana”: quanto è vero!!! Banale solo all’apparenza perché racchiude in sé tutta la mia essenza: se sto troppo tempo senza correre divento una Kim insofferente, inconcludente, lamentosa e insoddisfatta. Stressata di tutto e nulla allo stesso tempo. Tutto, tranne che coreana. Scassaminchia insomma.

Idem se sto troppo tempo lontana dalla Corea. Ovvio, ci sei nata, penserà qualcuno. Invece non è così scontato. Per più di metà della mia vita, la Corea è stata “qualcosa” da rinnegare, quell’etichetta attraverso cui risultavo essere l’immigrata di turno, la “povera” orfana adottata e soprattutto l’ostacolo maggiore al desiderio di voler essere a tutti costi considerata italiana: ho una mentalità italiana, mangio italiano, parlo italiano, addirittura il dialetto trentino! Non mi sono mai resa conto di quale effetto di simpatica e strana meraviglia potessi scatenare nell’interlocutore di turno, finchè io stessa non ho interagito con qualche coreano adottato proveniente da Roma, Firenze o Napoli, con il loro accenti tipici: una discordanza di fondo tra ciò che ci si aspetterebbe di sentire da un viso tipicamente orientale (cinese, giapponese, vietnamita o coreano) e ciò che invece esce dalle bocche di quegli stessi visi. Noi adottivi trans-razziali abbiamo questa caratteristica, simpatica per molti, alienante per la maggior parte di noi: sembriamo stranieri pur essendo trentini, milanesi, napoletani, spesso profondamente trentini, profondamente milanesi, profondamente napoletani fino a quando non ci guardiamo allo specchio o finchè qualcuno non ci fa notare quanto sia strano vedere un coreano/a, un indiano/a, un brasiliano/a cantare l’inno di Mameli.

italia koreaPiù italiana o più coreana? Come ho già espresso in un vecchio post, sono entrambe, in misura e in modalità diverse a seconda del contesto, che fa davvero la differenza: me ne rendo conto ogni volta che torno in Corea, a casa. Oddio, ho scritto CASA!

“Questa è la vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio non soltanto dal torto, ma anche da ogni paura, dubbio e discordia” (John Ruskin)

Io in Corea sono felice, ma felice davvero. Perché mi sento a casa. Anche se non capisco e non parlo una sola parola di coreano. Anche ora, mentre ne scrivo e ne parlo, so di esserlo perchè mio figlio Alberto mi ha appena detto che mi ride tutta la faccia.

 

Meno di anno fa ero in Corea per un mio personalissimo viaggio interiore, sola, io e nessun altro: tre settimane in cui le uniche certezze erano il biglietto aereo A/R , il pernottamento presso una guesthouse dedicata e riservata ai coreani adottati provenienti da ogni parte del mondo, e la mia tabella pro maratona di Venezia. Sento dire in continuazione che noi  adottati siamo fragili, che abbiamo bisogno di essere trattati con cautela, che abbiamo bisogno di più amore degli altri, che abbiamo questo famoso buco, che saremo sempre un po’ in bilico tra la grande voglia di riscatto (a volte enorme) e stati depressivi latenti, che la vita ci ha sgambettati ma ci ha offerto una seconda opportunità….

Tutto vero e mi rendo conto solo ora che usando l’espressione “noi adottati”, mi includo automaticamente in una categoria, cosa che ho sempre respinto, almeno a livello conscio. Chi mi conosce sa benissimo che rifuggo qualsiasi luogo comune, qualsiasi etichetta, e se c’è una cosa che mi ha sempre mandato in bestia è l’espressione di compassione e imbarazzo alla spiegazione “sono adottata”. La reazione? 99 volte su 100 “Oh, scusa, deve essere stato difficile per te”. Si, lo è stato, e a volte lo è tuttora. Sentirsi sbattere in faccia la realtà, quando hai passato un’ intera esistenza  a cercare di dimostrare il contrario, è dura. Io l’ho fatto per molte ragioni: perché ho sempre sentito di avere un debito di riconoscenza nei confronti dei miei genitori adottivi che mi hanno dato la famosa seconda chance, perché spesso ho voluto offrire un’immagine di me completamente diversa, perché avrei tanto voluto avere il coraggio necessario per chiedere aiuto quando ne avevo bisogno, perché non sapevo come affrontare certe situazioni, e anche perché in quanto essere umano, adottato, ho sempre avuto più bisogno di altri di quell’approvazione sociale che giustificasse ai miei occhi quantomeno il merito (se non il diritto) di avere qualcuno che mi amasse. Credo di essere arrivata ad un punto della mia vita in cui non devo dimostrare nulla agli altri, ma ancora tanto a me stessa. E tornare in Corea mi aiuta a farlo nel migliore dei modi. Sono molto fortunata ad avere questa possibilità.

Ricorderò le mie tre settimane seoulite dell’anno scorso come IL viaggio nel viaggio, che si rinnovava ogni mattina alla guesthouse (colazioni eterne e meravigliose) con la compagnia di Jakob dalla Danimarca, Anne dall’Austria, Philip dalla Francia e molti altri: tutti con lo stesso denominatore, quel punto di partenza comune che crea, sempre, un filo sottile ed evanescente ma impossibile da ignorare perché C’E’, invisibile ma presente: nel riconoscersi, e nel sentirsi a proprio agio fra sconosciuti, uniti dal legame fortissimo delle esperienze condivise; nell’immedesimarsi in ogni frase lasciata a metà e terminata da qualcun altro, da qualsiasi altro; le mie paranoie erano le paranoie di tutti, il mio disagio, il disagio di tutti, la voglia di scoprire di più rispetto al mio passato, la voglia di tutti. Ho conosciuto profondamente me stessa attraverso i loro, i nostri racconti e c’è qualcosa di magico e anche consolatorio quando realizzi di non essere l’unica ad aver sperimentato certi stati d’animo. Vi è mai capitato di stare per qualche ora in attesa al pronto soccorso di un ospedale? Di solito basta rendersi conto di non essere le uniche “vittime della stessa rogna”, tipo un piede o un polso fratturato ed ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è fortemente voluto, per far scattare immediatamente un meccanismo di empatia e consolazione che ci fa stare subito meglio: un po’ come dire “Ah ok, per fortuna non sono l’unico sfigato. C’è qualcun altro che viaggia nella stessa barca” . E, chissà perché, funziona sempre.

37kmDurante quelle tre settimane ho corso i chilometri più numerosi e più massacranti della mia vita; la mia vacanza coincideva con il periodo di maggior carico di tutta la tabella, compresi due lunghissimi: sono state le corse che ho amato ed odiato di più in assoluto in tutta la mia umile carriera podistica. Se da un lato il fatto di correre sul suolo coreano e preparare una maratona nella mia terra d’origine mi esaltava durante la maggior parte degli allenamenti, dall’altra sono arrivata a provare i sentimenti più contrastanti nei confronti di quel Paese che avevo fatto così fatica ad accettare come mio. Quando? Durante il lunghissimo, ovviamente, quello tosto di 36 km e spiccioli. Quella Corea che avevo finalmente, timidamente imparato ad amare, ad accogliere nel mio cuore, improvvisamente mi respingeva, e lo faceva attraverso la mia passione più grande, la corsa.

Che fai? Adesso che ti ho accettato, che voglio sapere tutto di te, che mi piaci, che potrei anche amarti alla follia, tu che fai? Mi respingi? Non voglio tornare a provare sentimenti di ostilità nei tuoi confronti per le orribili sensazioni che sto provando mentre sto correndo qui da TE…. Cosa non provoca la grande fatica! La corsa, ancora una volta, ha messo a nudo la mia anima, rendendomi nuovamente vulnerabile nei confronti di quell’eterno dualismo secondo cui non può esistere la gioia senza la tristezza, l’amore senza l’odio, la felicità senza il dolore. Tutto ciò che non ammazza fortifica: dopo più di tre ore di tempesta emotiva in cui ho sofferto con il corpo ma soprattutto con l’anima, dove ho rimesso in discussione gran parte della mia vita e delle mie scelte, dove per qualche terribile attimo ho riprovato le antiche sensazioni di avversione per la mia terra, è arrivata anche la calma e una strana e bellissima felicità… Aveva proprio ragione Gibran nel momento in cui diceva: “Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo ciò che vi ha procurato dolore a darvi ora gioia”

KIMHo imparato ad amarla questa Corea, di quell’amore provocato non da un colpo di fulmine, ma da quelle braci nate più di 40 anni fa, mai sopite e pronte a trasformarsi in bellissime fiamme alla prima boccata di ossigeno: ecco, l’ossigeno è l’amore ritrovato per me stessa, il mio viaggio di ieri, oggi e domani, che permetterà a questo fuoco di ardere sempre.

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ENGLISH VERSION of “Corea calls Italy”

The motto of this blog is “If I don’t run I’m not Korean”: how true!!! It might seem banal and predictable, but only on the surface because it actually contains all of my essence. If I stay too long without running I become an intolerant, pushover, whiny and unsatisfied Kim: stressed about all and nothing at the same time. I become everything but Korean. A pain in the neck, really!

The same thing happens if I stay too long away from Korea. Of course, you were born there, someone might think. Well, not really. For more than half of my life Korea has been something to repudiate: my immigrant label, the “poor little adopted orphan”. Most of all, the biggest obstacle to my wish of being considered Italian: I have an Italian mind, I eat Italian, and I speak Italian, even the Trentino dialect!

I never actually realised what nice and strange marvel I could be for the person I speak to, until I got in touch with some adopted Korean people from Rome, Florence and Naples. Their accents are almost a dissonance between what you would expect to hear from a person with a typical Asian looking face (Chinese, Japanese, Vietnamese or Korean) and what actually comes out of their mouths.

Trans-racial adopted people have this characteristic, cute and nice for someone, alienating for most of us: we look like foreigners although we are from Milan, Trento or Naples. We deeply feel we are Trentini, Milanesi, Napoletani up until we look at ourselves in the mirror, or until someone makes us notice how weird is to see a Korean (or an Indian or a Brasilian) singing the Italian national anthem.

Am I more Italian or more Korean then? As I already said in an old post (link), I think I am both; though in different ways and measures depending on the context. This makes a great difference: I realise it every time I go back to Korea, back home. My goodness I said home!

“This is the true nature of home: it is the place of Peace; the shelter, not only from injury, but from all terror, doubt and division.” (John Ruskin)

I’m happy in Korea, truly happy. That’s why I feel at home. Even though I don’t speak and I don’t understand a single word of Korean. I know it’s true because while I write and talk about it, right now, my son Alberto told me how my face is glowing.

Less than a year ago I was in Korea for my very personal internal journey. Alone. Me and no one else. Three weeks where my only certainties were my return ticket, the accommodation in a guest house for adopted Korean people from all around the world, and my schedule for the Venice marathon. I constantly hear things like “we” adopted children are fragile, we need to be treated with special care, and we need more love than others. We have this famous “hole” in our heart. They tell us that we’re in a precarious balance between the desire of redemption (sometimes very strong) and depression. Life has ousted us but it has also given us a second chance…

All of this is true. I’ve just realised that when I say “we adopted children” I include myself in a category, something I’ve always consciously repelled. My friends know that I shun stereotypes and labels and if there’s something I hate is the look of compassion and embarrassment when I say “I’ve been adopted”. What’s the typical reaction? 99 times out of 100 “Oh, I’m sorry, it must have been hard for you”. Yes, it has been and it still is now.

Having the reality been slammed in my face, when I spent my entire life trying to demonstrate the opposite; it’s hard. I’ve done it for many reasons: because I’ve always felt to have a deep sense of gratitude towards my adoptive parents who gave me the famous “second chance”; because often I’ve shown a totally different image of myself; because I’ve really wanted to be brave enough to ask for help when I’d needed to; because I didn’t know how to face some situations; because as a human being, and an adopted one, I’ve always needed that social approval that would justify, at least in my eyes, the worth (if not the right) of being loved. I think I got to a point in my life where I don’t have to demonstrate anything to anyone, but [still a lot] to myself. Going back to Korea helped me doing this in the best way possible and I’m extremely lucky to have had this opportunity.

I’ll remember my three Seoulite weeks from last year like THE journey in the journey, which renewed itself every morning at the guesthouse. Amazing never ending breakfasts with: Jakob from Denmark, Anne from Austria, Philip from France and many more. All of us with the one same thing in common: the starting point that creates, always, an evanescent thin line, impossible to ignore because IT’S THERE; invisible but present. The way we recognize each other, how comfortable we feel among strangers, united by this incredibly strong bond of shared experiences. We could identify ourselves in each other, in all the sentences left unsaid and then finished by someone else, by anyone else. All my paranoia was everybody else’s paranoia; my discomfort was everybody else’s discomfort; my wish of knowing more about my past was everybody else’s wish.

I started to deeply know and understand myself through their stories, through our stories. There is something magical and comforting at the same time when you realise you’re not the only one who felt certain emotions. Has it ever happened to you to wait for a few hours in A&E? It usually takes few minutes to understand you’re not the only victim of a “tragedy”, like a broken foot or a broken wrist (any resemblance to real events and/or to real persons, living or dead, is specifically wanted!). It triggers an immediate empathy mechanism that makes us feel better: a little bit like saying “Oh, well I’m not the only unlucky one here. We’re all in the same boat”. I don’t know why, but it always works.

During those three weeks in Korea I run the longest and most back-breaking kilometers of my life. My holiday occurred at the same time of the most intense period of my training schedule. My two longest run have been the things that I loved and hated the most in my whole running “career”. On one hand the fact I was running on Korean ground and preparing a marathon in my birth place was exiting me during most of my training sessions, on the other hand I found myself feeling very torn towards that same country I struggled so much to feel like my own. When all of this happened? Obviously during the longest and hardest run, the 36 and odds km. The Korea I finally, bashfully, learnt to love and embrace in my heart was the same Korea that was pushing me away, and it was doing it through my biggest passion: running.

What are you doing? Now that I accepted you, I want to know everything about you, I like you, I could even love you madly; what do you do now? You push me away? I don’t want to go back feeling hostile and hateful towards you just because of the horrible perceptions I’m feeling now while I’m running. While I’m running here with you…

Things that happen when we are exhausted! Running, one more time, bares my soul, making me vulnerable again towards that dualism according to which you can’t have joy without sadness, love without hate, and happiness without pain. Whatever doesn’t kill you makes you stronger: after more than three hours of emotional storm, where I suffered with my body but most of all with my soul. During these moments I questioned my life, my choices and for a while I felt again terrible and ancient emotions of loathing towards my country. Calm arrived shortly afterwards: a strange and amazing happiness. Gibran was right when he said: “When you are joyous, look deep into your heart and you shall find it is only that which has given you sorrow that is giving you joy.”

I’ve learnt how to love this Korea; not love at first sight, but a love that has woken up again after 40 years. Embers that was never extinguished, now ready to fire up again. It just needed oxygen. That oxygen is the love I found for myself: my journey of yesterday, today and tomorrow. This will allow the fire to burn forever.

 

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