Cronaca di un esordio annunciato (e di una figata pazzesca)

Mio padre era un gran tifoso della Juventus, e fra i ricordi più vividi della mia infanzia bolzanina ci sono le domeniche trascorse a “scampagnare” nei meravigliosi dintorni cittadini in attesa spasmodica della partita serale trasmessa in differita sui canali Rai. Spesso era proprio la partita della Juve ad andare in onda e in macchina, quelle domeniche, la radio non si accendeva, e se per caso papà si imbatteva in qualche amico o collega, esordiva dicendo precipitosamente “Non dirmi nulla su cosa ha fatto la Juve che me la voglio godere stasera in tv!”. Poco importava che il match che avrebbe visto qualche ora più tardi non fosse in tempo reale, per lui era importante viversi la partita e le sue emozioni “da vergine”: sapere in anticipo il risultato avrebbe tolto tutto il pathos e gran parte del divertimento. Certo, all’epoca non potevo capire, ma chissà come, quell’atteggiamento, negli anni, l’ho fatto mio, anche in occasione del Ledroman di ieri, giunto alla sua terza edizione.

Per me rappresentava l’esordio assoluto nella triplice, uno sprint (750 metri di nuoto, 20 km di bici e 5 km di corsa) nella splendida cornice del lago di Ledro: un’organizzazione perfetta in uno scenario da favola.

evvivaVolutamente non ho studiato il percorso della frazione della bici, né quella della corsa, anche se ne avrei avuto sia il tempo che la possibilità, poiché ero in Val di Ledro già dal giorno prima con tutta la famiglia: come papà Gigi con la sua Juve, volevo vivermi ogni emozione, ogni singola sfumatura, ogni infinitesimale sensazione per rendere ancora più indelebile il ricordo di questa esperienza, senza sapere cosa avrei trovato: vittima consapevole dell’ignoto insomma.

Dopo questa doverosa premessa, ecco com’è andata.

Arrivo in zona cambio con largo anticipo, un po’ come i primi clienti dei supermercati che si piazzano con i loro carrelli in pole position davanti alle porte quando manca ancora mezz’ora all’apertura, ma mi rendo conto che non sono l’unica: come me, ci sono altri atleti alla loro prima esperienza, e dopo una prima occhiata ci si riconosce subito. Quanto è bello sapere di non essere la sola già consumata dall’ansia, con i battiti a mille ogni volta che mi permetto di pensare alla piccola follia che sto intraprendendo! Basta poco per rompere il ghiaccio, e ancora una volta mi stupisco e mi rallegro del potere incredibile dello sport, del suo linguaggio universale in grado di abbattere ogni barriera, mentale, sociale e di genere. Stempero un po’ di agitazione fornendo a chiunque sia disposto ad ascoltarmi un resoconto dettagliato del chi,  del come e soprattutto del perché io mi trovi qui, oggi, adesso: un estratto della mia vita concentrato in pochi minuti. Raccontando che per me è già una vittoria esserci, da ex fumatrice incallita, da ex che non sapeva nemmeno stare a galla fino a pochi mesi fa, mi libero ogni volta di un piccolo peso, quasi a voler legittimare in un certo senso la mia presenza fra gli iscritti, e traggo forza da tante storie simili alle mie… ma anche tanta agitazione in più, come se unendo le paranoie di tutti alimentassimo una batteria già carica di suo.

tatooVivo tutta la fase di preparazione in uno stato di trance, una bolla luogo-temporale in cui mi rendo vagamente conto delle azioni che compio e di ciò che accade intorno: il mio cervello è come sospeso a mezz’aria, mi fa controllare in modo ossessivo ciò che ho già verificato almeno dieci volte, se ho disposto tutto ciò che mi occorrerà durante la gara nel modo corretto, ancora, ancora una volta, ancora l’ultima volta prima dell’ultimissima. Le mani mi tremano in modo incontrollato, e l’operazione del tatuamento del numero di pettorale sul braccio e sul polpaccio richiede l’intervento dei miei figli: “Wow, figo” esclamano “Mamma, come quelli veri!” E’ vero, fa sempre figo il tatuaggio col numero sulla gamba e ammetto che il fatto di poterlo finalmente sfoggiare, mi fa gonfiare il petto d’orgoglio: passo improvvisamente da una seconda scarsa ad una terza abbondante, coppa C. Un po’ come quando si gira con la medaglia al collo dopo una maratona per capirci

 

Percepisco tanti sguardi su di me: sarà per il mio aspetto esotico o per la mia bici vintage del 1971, anche quella a modo suo esotica e nostalgica? Non ci farò mai l’abitudine, e anche se dovrei averci fatto il callo dopo tanti anni, mi fa sempre un certo effetto essere oggetto di sguardi incuriositi.

Da un angolo nascosto da qualche parte, mi arriva la voce di papà, con un accenno di velato rimprovero: “Qualunque cosa succeda, tu vai avanti per la tua strada, non ti curar di loro, del giudizio degli altri. Alla fine devi render conto solo a te stessa e a chi vuoi bene. Se vuoi fare qualcosa, fallo perché lo vuoi tu, non per compiacere gli altri. Fai quello che ti senti di fare, rispettando tutti, ma ricordati sempre che quegli altri di cui cerchi l’approvazione, del cui giudizio hai paura perché chissà cosa penseranno, cosa diranno, e come ti giudicheranno magari in base a futili criteri, non sono quelli che ti pagheranno le bollette o che ti porteranno a tavola colazione, pranzo e cena”.

Ok papà, hai ragione, però una certa “approvazione sociale” aiuta e ne siamo tutti condizionati, perché , come amo ripetere, se siamo unici e qualcuno nelle differenze, siamo nessuno nell’indifferenza. Mi manchi papà.

partenzaNon so come, ma è già ora di schierarsi alla partenza, l’acqua del lago di Ledro è più che pronta ad accoglierci. Gli interminabili minuti prima del via sono tremendi, c’è suspense nell’aria, l’atmosfera è carica di tensione agonistica. Cerco disperatamente negli sguardi del pubblico intorno a me una qualsiasi piccola scintilla di incoraggiamento e quando la trovo negli occhi di un compagno di squadra, Pio, corredata di occhiolino e di un’espressione che interpreto come “Tranquilla, so come ti senti perché ci sono passato prima di te, goditela!”….. Beh papà, sicuramente quel signore non mi pagherà le bollette, ma in quel momento e per un attimo mi ha dato ciò di cui avevo più bisogno, un po’ di sano calore umano.

Non so cosa fare, come respirare per impedire al mio cuore di galoppare come un cavallo impazzito, dove mettere le mani, sfilo e rinfilo gli occhialini almeno venti volte, guardo le boe e mi sembrano irraggiungibili, trasformo la distanza in vasche e mi autoconvinco che ce la posso fare: 30 vasche da 25 metri oppure 15 da 50 (anche se non è la stessa cosa), l’ho fatto un sacco di volte in piscina. Già, in piscina….. Dopo qualche decina di metri appena sono già in pieno panico: vedo una marea di cuffie rosa distaccarmi sempre più, sono già in affanno e nel mio intimo mi maledico per essermi bruciata subito e mi stupisco di come il giorno prima io avessi nuotato parecchio e in piena tranquillità in quelle stesse acque sulla scia del pedalò guidato da Maurizio e i bambini. Ok, niente panico. Un passo alla volta, ricordate? Anzi, una bracciata alla volta: mi impongo di calmarmi, sto a galla e questo, per il momento basta. Mi concentro sul respiro ma non posso fare a meno di guardare con un certo rammarico la marea di cuffie rosa sempre più lontane. Fregatene degli altri. Ok papà. E poi è il mio primo triathlon, il bello delle prime volte è che si è liberi da qualsiasi tipo di condizionamento. Tanta rana, qualche bracciata a stile libero, pausa; e si ricomincia; rana, un po’ di stile, di nuovo rana, pausa; il lago è così scuro mannaggia, e nemmeno gli occhialini schermati di azzurro mi aiutano a rievocare il colore rassicurante della piscina; le onde provocate dalle successive batterie degli uomini rischiano di sopraffarmi definitivamente, ma da non so dove trovo l’energia e soprattutto la tranquillità necessaria per nuotare ininterrottamente fino a riva.

E poi… E poi il delirio ma anche il divertimento della transizione: sperimento sulla mia pelle i disastri causati dall’agitazione, dall’inesperienza e dalla foga di recuperare anche un misero secondo; infilo la cintura del pettorale dalla parte sbagliata, non riesco ad allacciarmi il casco, i tubi portabici sono vuoti per 3/4 , che significa che la maggior parte degli atleti sta già pedalando, e qualcuno forse anche correndo….. Mi ri-agito, mi ri-tremano le mani, e ‘sto casco non è ancora allacciato ARGGGGHHHH!!!!! Però, sapete una cosa? Pur nella frenesia, in un attimo realizzo che sto sorridendo, me la sto godendo, insomma, mi sto divertendo un casino. Sarà anche che ho lasciato il nuoto alle spalle, che è la frazione che temevo maggiormente. Mi prende una strana e bellissima euforia, che mi fa pedalare più pimpante di quel che credevo possibile, mi fa godere dell’ebbrezza della velocità e dell’incredibile sensazione di libertà che le due ruote regalano. Però, questo ferro del ’71! Fa ancora il suo sporco dovere, almeno fino alla salita di cui ero totalmente ignara. Utilizzando gli unici due rapporti che so usare, leva destra verso di me, leva sinistra in avanti fino a formare un angolo di 45 gradi circa con leggerissime variazioni sul tema , mi sento un po’ il Forrest Gump della situazione che durante le partite di football deve seguire le indicazioni del pubblico e dei compagni di squadra  altrimenti va in crisi. Provo a smanettare un po’ col cambio, ma la paura di rimetterci la catena che fa un fracasso della Madonna ad ogni tentativo mi fa desistere, e così mi ritrovo ad affrontare le salite dei due giri previsti con un rapporto tutt’altro che agile. Poco male, amo fare fatica. La discesa però è tutta un’altra storia, ho paura, l’asfalto è bagnato, consumo i freni e in qualche tratto smonto addirittura dalla bici per timore di cadere.

t2Arrivo in zona cambio con i tubi portabici praticamente pieni, che significa che sono probabilmente una delle poche/pochi che deve ancora cominciare a correre. Fregatene degli altri, non ti curar di loro, vai avanti per la tua strada. Ok papà. E poi la corsa, delle tre, è la disciplina in cui sono più ferrata. Forte di questa consapevolezza, ho la lucidità necessaria per ricordarmi di girare il pettorale davanti, ingurgitare al volo un gel e partire con rinnovata energia. La bruttissima sensazione di correre dopo aver pedalato sperimentata in un paio di allenamenti, stranamente non si presenta, anzi, ho bellissime sensazioni. Ma la mente vaga, come mi succede sempre quando corro: penso che la maggior parte dei partecipanti sarà già in doccia, che sto nuoto insomma… da lavorarci ancora parecchio, sulla bici ancora di più. Però dai, sto terminando questo triathlon senza strisciare, vedo tanti che camminano, come dopo il trentesimo km di una maratona, supero qualcuno sentendomi, solo per un attimo, quasi in colpa.

bacioScorgo Stefano che mi fa il tifo, Alberto che scatta foto, Maurizio scatenato e non posso fare a meno di fermarmi per baciarli ed abbracciarli: se sono qui a realizzare il mio ennesimo sogno sportivo è anche grazie a loro, al loro supporto e al fatto che abbiano dato un senso alla mia vita: incredibile, complice l’adrenalina, rinvigorita dall’abbraccio famigliare e dal tifo scatenato di una coppia di amici con il loro bimbo, unito a quello meraviglioso del pubblico, mi sento invincibile, uno stato di grazia che mantengo fino al traguardo e che mi fa addirittura sprintare nell’ultimo tratto e volare diritta fra le braccia di Maurizio. Mio marito c’è sempre nei momenti che contano, e ora, subito dopo il traguardo, è uno di quelli.

Oggi, dopo più di 24 ore, ancora non mi rendo pienamente conto di essere “ufficialmente triatleta”: sono orgogliosissima di ciò che ho fatto, e il sorriso ebete che ho stampato in faccia da ieri pomeriggio ne è la prova. Conosco ancora poco questo mondo, ma ciò che ho visto finora mi piace veramente un sacco, primo fra tutti una bella solidarietà e  una complicità ancora più bella che non ho trovato in nessun’altra disciplina sportiva. Un caso? La solita fortuna che mi ha fatto incontrare esclusivamente gente carina e gentile? O forse sono io che vedo tutto rosa perché, comunque vada, la prima volta ha sempre un che di magico? Non vedo l’ora di scoprirlo.

Non ho mai pensato tanto a mio padre come in questi ultimi due giorni e credo che il motivo sia questo: il coraggio per farlo questo triathlon lo devo anche a papà, al suo insegnamento e ai valori che mi ha trasmesso. A volte era cinico, ma sempre efficace ed aveva un cuore grande così. Il mio, forse, l’ho preso da lui. Ciao papi, mi manchi da morire.

papi




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34 thoughts on “Cronaca di un esordio annunciato (e di una figata pazzesca)

  1. Grande Kim, con il tuo racconto fai capire che bisogna viversi fino all’ ultimo e che niente è impossibile se ci metti il cuore. Grande donna!!

  2. Intanto complimenti!!! L’esordio nella triplice è sempre qualcosa di adrenalinico, ci siamo passati tutti… Concordo con Te sul fatto che solo in questo sport trovi una ‘famiglia’ allargata fatta di tanti compagni e mai avversari, non è stato un caso credimi. Poi il Fersen è uno spettacolo, tutti aiutano tutti!!! Ci ri-vediamo presto sui campi gara, perchè quando inizi non smetti più… 😉

  3. Emozionante fino alla lacrimuccia… complimenti Kim…
    Ho rivissuto ogni più piccola sensazione della mia prima volta…
    Spero di poterti conoscere presto anche di persona…
    Go Fersen Family Go!

  4. Caspita che bel racconto! Merita di essere condiviso e letto da molti… Io sono sempre tra gli ultimi 10 di ogni gara, ma le emozioni e le persone che hai descritto mi fanno sempre tornare la voglia di esserci anche alla prossima partenza… Benvenuta in questo mondo fantastico!!

  5. Bravissima Kim, non smetti mai di sorprendermi… Per te niente è impossibile grazie alla determinazione, forza di volontá ed un pò di testardagine. Mi sono emozionata a leggere le tue riflessioni. Complimenti anche alla tua fantastica famiglia che ti appoggia sempre nelle nuove avventure. Questa bella notizia mi è arrivata a Praga che grazie alla maratona hai visitata anche te poco tempo fa. Tuo papá sarebbe proprio orgoglioso di te! Allora buona continuazione dei tuoi sogni e a presto

    1. Grazie a te, a tutti, davvero. Condividere le mie emozioni e riconoscermi in ognuno, poco o tanto, è meraviglioso. Sono io che ringrazio voi. A presto

  6. Ineguagliabile Kim, non finisci mai di stupire. Ho letto l’articolo in apnea, mi sembrava di essere lì a gareggiare al tuo fianco, anche se so appena stare a galla, la bicicletta non la amo particolarmente e di correre ormai non se ne parla. Credo che tu abbia un grande dono: la determinazione che trasmetti è irresistibilmente contagiosa ed esemplare. GRAZIE!
    Un forte abbraccio a te, a Mene e ai vostri splendidi cuccioli.

  7. Brava Kim e belle parole dal tuo papà: avanti x la tua strada, impegnati in quello che credi … e’ diventato anche il mio mantra !!!

  8. Ricordi,adrenalinico timore,piccoli grandi e graditi incontri.Forse il senso del vivere in una straordinaria emotiva successione.Complimenti

  9. Brava Kim sei una persona fantastica….e grazie per l’emozione che mi hai dato leggendo del tuo papà’…un abbraccio

  10. Brava Kim, sempre bello leggere i tuoi pezzi pieni di umanità, sana ironia e avventura. Grande impresa e bellissimo ricordo di tuo papà. Alla prossima. Ciao Francesco

  11. Bellissimo racconto Kim, un mix di adrenalina e calore umano che mi ha emozionato, come sempre quando ti leggo…
    sei veramente tosta, anche se lo sapevo benissimo!!

    1. Grazie mille Cec, in effetti è stata un’esperienza fantastica che spero di ripetere appena possibile. Bacione

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