Fra estinzioni, delusioni e qualche perchè

Ieri al Muse si è inaugurata la mostra temporanea “Estinzioni: storie di catastrofi ed altre opportunità”. Amo il Muse, e se capitate a Trento, per qualsiasi motivo (25 settembre la 30 Trentina, 2 ottobre Trento Half Marathon all’interno del Trento Running Festival giusto per darvi un paio di suggerimenti in tema running), una visita al museo dovete assolutamente metterla in preventivo, che vale sempre la pena, e questa mostra che rimarrà in calendario fino al 26 giugno 2017 è motivo di ulteriore interesse.

estinzioniLa sesta estinzione di massa, quella transizione biotica caratterizzata dall’enorme crisi ecologica che stiamo vivendo noi per intenderci, è, purtroppo, realtà: non è la prima volta che sul nostro meraviglioso pianeta le varie specie, animali e vegetali vanno perdute ad una velocità allarmante; il dramma è che stavolta è tutta colpa nostra, del cosiddetto homo sapiens, che forse così sapiens non è. Lo sappiamo, ne siamo consapevoli, avremmo tutte le competenze e gli strumenti necessari per migliorare notevolmente la situazione e…. Non facciamo nulla. O troppo poco. Questo è ancora più grave. Ed un paradosso incredibile, perché rischiamo di essere vittime (consapevoli) di un’estinzione che noi stessi stiamo provocando.

Ecco, la mostra di ieri e il dibattito che ne ha fatto da cornice, è servito a dare una bella scrollata alla mia coscienza: sentirselo dire, pur essendone razionalmente consapevoli, fa tutto un altro effetto. E’ questo il mondo che vogliamo? E se continuiamo su questa strada, cosa lasceremo alle generazioni future? Mi rendo conto, che da quando sono mamma, tante prospettive sono cambiate, la scala dei valori e delle priorità si è rivoluzionata e mi ritrovo sempre più spesso e mio malgrado, impotente nel non poter “sistemare le cose” con un colpo di bacchetta magica.

Sarò scontata, banale, ripetitiva, ma se ognuno di noi facesse qualcosa, nel suo piccolo, con consapevolezza e costanza, ognuno secondo le proprie possibilità, forse il cambiamento non apparirebbe più un miraggio, un’utopia impossibile da realizzare o un obiettivo irraggiungibile. Sbaglierò, ma mi sembra di respirare un clima di rassegnazione diffusa, per cui solo l’idea di intraprendere un qualsiasi processo di cambiamento sembra così difficile, così arduo da mettere in pratica, così faticoso, da toglierci la voglia ancora prima di iniziare. Banalmente, pensiamo alla miriade di gocce piccolissime che formano l’oceano, anche la più minuscola di esse a quello stesso oceano mancherebbe! (Madre Teresa docet). O alla teoria dei piccoli passi, uno alla volta e uno dopo l’altro, così consona alla maratona che amo alla follia e che cerco di trasferire in ogni aspetto della mia vita. Del resto, da qualcosa, seppur piccolo ed infinitesimale, bisognerà pur cominciare, no? Perciò non lasciamoci sopraffare dalla convinzione che “Tanto ormai, che differenza vuoi che faccia? Per me che mi comporto bene ce ne sono almeno 100 che si comportano male. Non è certo per la mia lattina gettata in terra, o per i bisogni del mio cane che la città è così sporca, ci pensano già tutti gli altri a farlo”. Proviamo a non farlo noi per primi, è già qualcosa, è già un punto di partenza.

E’ tremendamente difficile cambiare mentalità. Anche quella secondo cui siamo, chi più, chi meno, portati a pensare: “Pensiamo a sopravvivere. Tanto, prima o poi, ci penserà qualcun altro a sistemare le cose.” Chi? I potenti della Terra? Dovrebbero, ma scusate, basta guardarsi intorno per capire che non è così. Il cambiamento parte da ognuno di noi, dalle piccole cose, quelle che TUTTI siamo in grado di fare.

tamberiE poi, chissà perché, il mio pensiero va alla notizia dell’infortunio occorso a Gianmarco Tamberi appresa poche ore prima. Olimpiade, addio. Questa, almeno.

Ovviamente mi dispiace tanto, tantissimo, fra pochi giorni davanti alla tele  per Rio 2016 tiferò sia gli atleti italiani che quelli coreani. Ma ciò che mi sconvolge ed amareggia è leggere tanti, troppi commenti di una cattiveria feroce nei confronti di un atleta che vede frantumarsi il sogno di una vita proprio nel momento in cui lo sta per afferrare. Ho sempre pensato, e lo penso tuttora, che lo sport sia una delle poche cose oggettivamente meritocratiche di questo mondo, quasi sempre capace di premiare chi lo merita davvero: in teoria ed in linea di massima, e detto papale papale, se ti alleni e ti fai il mazzo, i risultati arrivano; non esistono scorciatoie, o quantomeno non dovrebbero esisterne, di nessun tipo. Intuisco dai vari commenti che molti non reputano Gianmarco un mostro di simpatia, ma stiamo parlando di sport, giusto? Dovrebbero essere i risultati a parlare. Punto. Apprendo che un po’ di antipatia se l’è tirata addosso dicendo senza peli sulla lingua quello che pensava del rientro di Schwazer. E anche nel suo caso, i commenti velenosi, cattivi, oltre ogni umano limite, si sono sprecati. Da grandissima appassionata sportiva, che ha tratto e continua a trarre insegnamenti importanti dallo sport, che ne condivide i valori più alti, non posso fare a meno di chiedermi il motivo di tanta cattiveria: penso a settembre del 2013, quando non ho corso la maratona di Berlino per un infortunio all’anca capitatomi una, dico UNA settimana prima della gara; ancora oggi, a distanza di anni, non riesco a trovare le parole giuste per descrivere la delusione cocente provata nell’attimo stesso in cui ho realizzato che non sarei stata ai nastri di partenza. Mesi di fatica, sacrifici fisici ed economici, aspettative, casa in disordine e rapporti trascurati, improvvisamente non contavano più nulla: un sogno infranto, difficilissimo farsene una ragione, e sono sicura che chi ci è passato sa di cosa parlo. E un po’ di solidarietà, sportiva, umana, quella pacca sulla spalla che per un attimo ti fa sentire meno solo, anche se solo lo sei davvero con te stesso in un momento simile, male non fa. Non posso nemmeno lontanamente immaginare come possano sentirsi, sia Alex che Gianmarco. Ad entrambi va tutta la mia solidarietà, umana e sportiva. Certo, tutto quello che non uccide fortifica, ma, soprattutto all’inizio, fa tanto, tanto male. Ho “sofferto” per entrambi, per quanto mi riguarda non è una questione “io sto con, io sto contro”, “lui buono, lui cattivo”, penso solo che giudicare dall’esterno è facile quanto pericoloso, e spesso, l’apparenza inganna. Leggere certi commenti e realizzare che esistono persone che non solo godono della sfortuna altrui, ma che addirittura augurano ogni male possibile al prossimo e che c’è chi sottoscrive tutto questo…. Che dire? Non ho parole.

Il confronto, in qualsiasi forma e declinazione, va benissimo, purchè affrontato in modo costruttivo e soprattutto rispettoso: io stessa trovo molto stimolante interagire con opinioni differenti dalla mia, però di fronte a certe oscenità (io che fatico a tollerare anche una “innocua” parolaccia sul web) non posso fare a meno di chiedermi se siano più frutto della frustrazione generale o di una certa aridità di sentimenti.

“Salvarci” dalla sesta estinzione? Chissà: la storia ci dimostra che sarebbe possibile sopravvivere alla perdita di molte specie: ma possiamo vivere, anzi, sopravvivere senza amore? Senza bontà d’animo? Credo proprio di no. Se penso alla situazione attuale, dove sembra esserci spazio solo per la violenza, la rabbia o la rassegnazione, il dubbio mi viene. C’è bisogno di una rivoluzione culturale profonda, radicale, di una presa di coscienza che forse non è ancora al suo massimo livello. E questo è possibile solo dopo un attento esame di coscienza.

Vogliamoci e vogliatevi bene, che la vita è una sola e il nostro pianeta l’unico di cui disponiamo. Almeno per un bel pò. Se non lo distruggiamo prima.



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