E sono 44, in fila per 6, col resto di 2

Non è facile raccontarsi: lunedì ho compiuto 44 anni, e se fisicamente capita di sentirli tutti, dal primo all’ultimo, il mio spirito è ancora quello di una ragazzina. Per fortuna.

Sono 44 cavolo. Avete mai notato come cambia il modo di dichiarare l’età in base ai diversi periodi della nostra vita? Alla fatidica domanda “Quanti anni hai?”, in base alla decade di appartenenza, cambia anche la risposta. Quando siamo bambini non vediamo l’ora di diventare grandi, ed aggiungere anche quel “mezzo” o “tre/quarti” testimonia come il periodo dell’infanzia sia l’unico in cui siamo felici ed orgogliosi degli anni che aumentano, frazioni comprese: “Ho 5 anni e mezzo!” “Ho ancora 7 anni e tre/quarti, ma fra qualche settimana ne compirò finalmente 8”. Da adulti non diciamo mai “Ho 36 anni e tre/quarti”.

E a proposito di età adulta…. Quello del diciottesimo anno è il compleanno  più bello della nostra vita, almeno fino a quando non ci rendiamo conto che, teoricamente, è l’età in cui dovremmo diventare responsabili, con obblighi da adempiere e regole da rispettare oltre che con diritti da godere…. E allora pensiamo che forse era meglio rimanere bambini. Dopo i trenta, aggiungiamo un participio passato che, per analogia ed associazione, richiama alla memoria lo yogurt scaduto: “Ho 30 anni passati”…. Fino ad avvicinarsi ai 40, raggiungere i 50, farcela ad arrivare ai 60 e 70 e, contrariamente a quanto succede nella corsa, dove la velocità è inversamente proporzionale all’età che avanza, ci presentiamo alla soglia della terza età rasentando gli 80 o i 90: come il tachimetro delle auto. Se da bambini si ragiona in frazioni, questa è la famosa decade in cui si vive e si pensa alla giornata. In tanti anni spesi a lavorare in un supermercato, ricordo con tenerezza alcuni affezionati clienti di una certa età, per i quali trovare le banane al giusto punto di maturazione era di vitale importanza; queste maturano con relativa rapidità, ma con la saggezza e la lungimiranza tipica delle persone anziane, erano consapevoli che ogni giorno vissuto in questa vita e in questo mondo era un giorno in più regalato: la salute avrebbe permesso loro di gustarsele un paio di giorni dopo? La vita avrebbe fatto a loro e ai loro cari il regalo di un altro pò di tempo insieme? Nel dubbio, meglio assaporarsi e godersi il presente, mangiando banane mature se possibile, perchè domani… Chissà!

Se poi si ha la fortuna di raggiungere e superare i 100, la tendenza si inverte e quasi magicamente si torna a ragionare in termini di frazioni, tornando bambini, dove quel “mezzo” e quel “tre/quarti” tornano protagonisti: “Ho 102 anni e mezzo”. E così via.

nonnoI vecchi tornano bambini, e mi vien da pensare che probabilmente è racchiusa in questa grande verità la magia che caratterizza il rapporto tra tutti i nonni del mondo e i propri nipotini. Io, purtroppo, non ho avuto questo privilegio. Quando sono arrivata in Italia, i genitori sia di mamma che di papa’ erano già mancati da qualche anno e ho sempre fatto da spettatrice ai rapporti dei miei coetanei con i loro nonni. Pur non sapendo di cosa si trattasse per non averlo mai sperimentato direttamente sulla mia pelle, non potevo rimanere indifferente nei confronti di qualcosa che pur nell’evanescenza del “non tangibile”, possedeva una tale forza emotiva impossibile da ignorare. Tutto il mio essere e quel sesto senso acuito da anni di privazione affettiva ne percepivano chiaramente la presenza, e oltre che esserne positivamente soggiogata, provavo un po’ di sana invidia: ne volevo un pò anche io di quell’amore speciale, accidenti! All’epoca non avrei saputo dare un nome a quella magica complicità, ma percepivo che era qualcosa di puro e bello, qualcosa di speciale che i miei piccoli amici avrebbero conservato sempre nei loro cuori e nel cassetto dei loro ricordi più cari. Ne ho avuto la conferma con mio figlio Alberto, che ha avuto la fortuna di avere il miglior nonno possibile per qualche anno: quando parla di nonno Gigi l’emozione lo travolge sempre, ed ha il sopravvento anche su di me, perché, se ho amato papà come padre, l’ho adorato come nonno. E con quel pizzico di cinismo che mi ha lasciato in eredità, più volte mi sono chiesta come fosse possibile che il genero (mio marito) che secondo lui e mia madre non era abbastanza “degno” per la propria figlia (me), potesse essere allo stesso tempo il padre del nipote più intelligente, più bello, più “tutto” dell’intero universo. Misteri e miracoli della vita.

Un primo, piccolo bilancio dei miei 44 anni? Innanzi tutto mi sembra incredibile anche pronunciare la parola “quarantaquattro”, fa uno strano effetto e riempie la bocca con tutte quelle “qu, erre, ti”…. Ne avevo 20 fino all’altro ieri! Com’è possibile? La verità è che superati i 40, questi ultimi anni sono letteralmente volati, quasi senza che me ne accorgessi.

Sono mamma, moglie, maratoneta, e tante altre cose, eppure tutto questo non mi basta: nei rari momenti in cui permetto al mio IO più profondo di emergere, quello che spesso tengo nascosto sotto il velo di un ancora precario (apparente?) equilibrio, realizzo che finora la mia vita è stata e continua ad essere un’affannosa ricerca di un qualcosa di indefinito, qualcosa a cui ancora non so dare un nome, a volte è un perché, a volte la risposta a quel perché, spesso è un chi, un come, il tutto all’interno di una dimensione in cui è umanamente impossibile identificare con certezza le esatte dinamiche di causa-effetto. Probabilmente il nocciolo della questione, per quanto mi riguarda, è tutto qui; se avessi saputo esattamente cosa cercare, da dove partire, se non avessi avuto questa smania bruciante di scoprire, capire, mettermi alla prova, vivermi profondamente ogni emozione, mi sarei preclusa un sacco di opportunità; e probabilmente sarei sempre rimasta entro i confini poco rischiosi del conosciuto e non avrei mai scoperto nulla di nuovo e stupendo: la ricchezza delle cose semplici, la forza prorompente dei sentimenti e delle emozioni, il mio desiderio di autoaffermazione in ambiti totalmente diversi fra loro, il valore della diversità e il potere assoluto e spesso consolatorio della condivisione, la sofferenza all’inizio, l’accettazione e la bellissima convivenza poi, di due anime, opposte e complementari, che sono il mio personalissimo tesoro da custodire e coltivare con cura e dedizione. Ho fatto l’unica “cosa” possibile: ripartire da me. Un passo alla volta. A volte facendo un passo avanti e due indietro fino ad invertire la tendenza, due passi avanti e uno indietro: fa sempre un passo, ma avanti, e cambiando l’ordine dei fattori, il risultato cambia eccome.

Fra un mese esatto tornerò nella mia Corea, con tutta la famiglia: cercherò di farla amare, almeno un pizzico, anche ai miei figli che di coreano hanno solo un vago aspetto, percentuali variabili di DNA e un certo imprinting che, consciamente o meno, sono sicura di avergli trasmesso.

flagEcco, più “invecchio”, più mi rendo conto di essere profondamente orgogliosa delle mie origini, le stesse che per molto, troppo tempo ho rinnegato con tutte le mie forze; la Corea è la mia Terra Madre e sono fiera di condividerne la filosofia che trova la massima espressione nella sua bandiera: i simboli che la caratterizzano sono tutti improntati alla filosofia taoista- il cerchio rosso e blu posto al centro, il Taeguk in coreano, lo Yin e lo Yang, due principi opposti che rappresentano il dualismo del cosmo, forze contrapposte e complementari che con il loro moto perpetuo danno vita ai diversi fenomeni della Natura, su uno sfondo bianco che simboleggia la pace-,e al Confucianesimo per quanto riguarda i trigrammi posti agli angoli: essi rappresentano i quattro elementi fisici di Madre Natura, Cielo e Terra, Acqua e Fuoco; anche la loro disposizione esprime il concetto degli opposti, secondo cui, attraverso il movimento perpetuo ed il loro continuo alternarsi, se ben bilanciati e in equilibrio, portano vitalità, armonia e benessere ad ogni persona e cosa in ogni circostanza: ecco allora nascere quel bellissimo Principio degli Opposti, tanto caro ai grandi maestri delle antiche arti marziali, secondo cui la violenza si combatte con la NON violenza, il duro si sconfigge con il morbido, i movimenti circolari si contrappongono a quelli lineari e viceversaCosì semplice, così elementare eppure così complicato da mettere in pratica nella nostra quotidianità.

Sapete una cosa? Io, a 44 anni, il mio Taeguk, l’equilibrio perfetto, non l’ho ancora trovato. Chissà se lo raggiungerò mai….. Ma non è questo il viaggio più bello? Il vero senso della vita? Non torno in Corea per cercare delle risposte: le più importanti, forse, posso trovarle solo scavando profondamente dentro di me e dovrò farmele bastare. Ci vado per aggiungere un’altra gemma vitale a quel piccolo pezzo di legno senza radici che con fatica, sofferenza, e tanto amore si è trasformato lentamente in un piccolo arbusto fino a diventare un albero con radici ben salde. Avete notato? Parlando di equilibrio ho usato lo stesso verbo, “raggiungere, che ho usato per la fascia d’età dei 50: entrambi traguardi importanti. Forse a 50 anni questo albero avrà tanti rami, sarà pieno zeppo di gemme e perfetto nella sua armonia tra chioma, tronco e radici. Ve lo saprò dire… Ma intanto, fatemi godere i miei 44, in fila per 6 col resto di 2, che sono bellissimi!




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