Diversità: valore o vergogna?




Fra poco meno di due settimane un aereo mi porterà nella mia amata Corea. Stavolta non sarò sola, ci saranno anche i miei figli e Maurizio. Sarà la prima volta solo per il piccolo Stefano: Alberto mi accompagnò nel 2013 e mio marito nel 2000 in un pazzo viaggio a due ruote. Sono giorni frenetici vissuti con eccitazione e un pizzico di nervosismo: l’idea di un viaggio nel mio Paese d’origine, con tutta la famiglia, mi sembrava sempre “troppo” da realizzare, troppo costoso, troppo complicato, Stefano troppo piccolo, mamma e suocera non in perfetta forma. E poi, partiamo da Parigi….. Insomma, come tutte le cose, se ci si pensa troppo finisce sempre che non si combina nulla e io in Corea desidero andarci tutti insieme, almeno una volta. Sono curiosa di vedere come vivranno i miei figli la loro “coreanità”, in termini di dna e di aspetto esotico in un ambiente contestualizzato. Mi spiego: la prima reazione che ho avuto io nel 1985 in occasione del primo viaggio di ritorno alle origini organizzato dal C.I.A.I., Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, è stata quella di realizzare che nessuno mi degnava non solo di una seconda occhiata, ma nemmeno di una prima. Ero finalmente invisibile, una mosca bianca su un muro bianco. Che sollievo!!! Non dover spiegare che si, sono coreana ma parlo benissimo italiano perchè sono italiana anche se nata in Corea perché mamma e papà mi hanno adottata all’età di 4 anni, e che no, non sono curiosa di vedere com’è la Corea perché io sono ITALIANA!! Ho speso mezza vita a rinnegare con tutte le mie forze il mio Paese d’origine e il mio status di adottata senza sapere che, prima o poi, il richiamo delle proprie radici si sarebbe fatto sentire prepotentemente. Anche se sono trascorsi tanti anni da quel primo viaggio (che in realtà non ricordo così volentieri), una cosa è rimasta identica, sempre: quella meravigliosa sensazione di essere una delle tante, due occhi a mandorla fra milioni di occhi a mandorla. Lo sapete. Io qui in Italia mi sono sempre sentita “quella diversa”, soprattutto durante la mia infanzia: in pieni anni 70 il contesto sociale era completamente diverso rispetto a quello odierno, e due occhi orientali, oltre ad essere una rarità, erano identificati esclusivamente con l’essere cinese. Mi ritrovavo a puntualizzare più spesso di quanto avrei voluto che non ero cinese, nè giapponese, ma coreana, finchè, esasperata, rinunciavo a priori ad ogni spiegazione. Che pensassero pure quello che volevano, tutti quanti! Che importanza aveva? Cinese, coreana, vietnamita… Sempre diversa ero, sempre additata e sempre esclusa dai giochi di gruppo, a volte derisa, spesso esplicitamente esortata a tornarmene in Cina (uffa, in Corea semmai), perché da grande avrei “rubato il lavoro agli italiani”: incubo questo, che mi ha accompagnato anche nella mia vita di adulta purtroppo. Mi consolava (parzialmente) constatare che in realtà ogni “differenziazione” diventava il pretesto per essere presi di mira: l’essere troppo magri o troppo grassi, portare gli occhiali o avere i capelli rossi, tanto per fare degli esempi banali. E dopo quasi mezzo secolo nulla è cambiato da questo punto di vista, anzi! Le cose sono peggiorate ulteriormente.

I miei figli hanno preso tanto da me, hanno lineamenti più orientali che occidentali, ma anche se ormai la multi-etnicità fa parte del nostro vivere quotidiano, hanno vissuto qualche episodio che mi ha fatto realizzare, non senza rammarico, che forse non siamo così pronti come vogliamo far credere ad accogliere a braccia aperte tutto ciò che è diverso, differente, “anormale”, diversamente abile, non omologato. Fateci caso. Il mondo (spesso assurdo) in cui viviamo, tende sempre a rinnegare se non ad annullare la diversità, in nome di un’omologabilità in cui il singolo individuo possa riconoscersi, identificarsi, e sentirsi protetto. Salvo poi cercare di distinguersi dalla massa in ogni modo, spesso scadendo nel cattivo gusto. La diversità fa paura. La differenza provoca ansia quando non addirittura astio. La viviamo come una minaccia, perché spesso è letta come qualcosa in grado di scuotere le nostre sicurezze in nome di un pregiudizio frutto esclusivo di giudizi superficiali, luoghi comuni e opinioni generalizzate, profondamente radicate e dure a morire. Avete mai notato come, in presenza di un bimbo di differente etnia o di una persona affetta da handicap, siamo istintivamente più portati ad esprimerci con espressioni tipo “è uguale a te, a noi, a voi” piuttosto che “è diverso, differente da me, da noi, da voi” pur essendo razionalmente consapevoli che è la seconda espressione quella più veritiera? Una contraddizione di fondo che spiega più di tante parole. Salvo poi sbandierare a destra e manca il potere e la ricchezza della diversità, spesso inteso come valore aggiunto in grado di arricchire le nostre anime e renderci persone migliori, e di solito questo accade quando veniamo toccati in prima persona, magari da un avvenimento non propriamente fortunato…… Perché ho tanto a cuore questo tema? Perché respiro diversità (e tutto ciò che ne consegue) praticamente da quando sono nata, per via delle mie origini e per via di una disabilità importante in famiglia, così i miei figli, e così mio marito che ha fatto e fa della disabilità fisico-intellettiva il suo pane quotidiano e anche di più.

Come sempre un grande insegnamento ce lo offre lo sport: in questi giorni di Olimpiadi avvelenate da polemiche e da delusioni, sentenze (e non parlo di sentenze di tribunale ma di quelle molto più sterili e dannose del “popolo dei frustrati” come amo definirlo) e squalifiche, per me lo sport rimane sempre, comunque e nonostante tutto una delle espressioni più forti in grado di regalarci la miglior metafora possibile della vita, lo strumento perfetto in grado di abbattere ogni tipo di barriera e regalarci l’illusione di un mondo ideale dove tutti appartengono ad un’unica razza, quella umana, senza conflitti, senza confini ideologici, dove ogni credo politico, religioso o culturale è rispettato e da cui può scaturire un confronto istruttivo e soprattutto costruttivo in quel processo di cultura alla bellezza della diversità tanto auspicato quanto (apparentemente o realmente?) difficile da attuare. Penso al messaggio potentissimo e all’incredibile dimensione della natura umana più autentica e bella racchiusa nel selfie delle due atlete nord/sud coreane, divise dalle guerra ma unite nello e dallo sport con la speranza che prima o poi succeda anche nella realtà.

E a proposito di Olimpiadi, di diversità e del suo valore intrinseco: a quando l’opportunità di fondere Olimpiadi e Paralimpiadi in un unico, enorme e per me meraviglioso evento? Sarebbe un cambiamento epocale, che andrebbe di pari passo con il grande cambiamento socio-politico-economico-culturale che stiamo vivendo… E allora, perché non attuarlo anche attraverso lo sport che ha un impatto così forte in ciascuno di questi aspetti? Sarò anche ridicola, ingenua e banale nelle mie considerazioni, ma, per quanto complicato e costoso possa essere, mi viene da pensare che non lo sarà mai quanto “organizzare una guerra” ad esempio; personalmente ritengo sia ipocrita decantare le opportunità e la ricchezza legate alla diversità, che peraltro condivido al 200 per 100 (si, anche quando si parla di disabilità), esaltarne i valori attraverso il superamento di ogni limite, atletico ma soprattutto fisico, e al tempo stesso “relegare” questi campioni in un evento a sé stante, compiendo una sorta di “divisione etico/morale” tra atleti con o senza disabilità. Non è doppiamente discriminatorio? Lo spot dei giochi paralimpici è semplicemente stupendo, ma sarebbe ancora più bello se in un ipotetico, futuro programma olimpico e palinsesto televisivo, le varie gare sostenute da tutti gli atleti, si mescolassero fra loro: le stesse luci della ribalta per attori diversi ma tutti con lo stesso diritto di calcare quello stesso palcoscenico. Se è vero che “siamo tutti uguali”, pur essendo unici nelle differenze ma nessuno nell’indifferenza, i campioni paralimpici meritano le stesse attenzioni e la stessa fama degli atleti “normodotati” : potete anche solo immaginare la portata di un progetto simile? Sarebbe un altro messaggio potentissimo, di unità e parità TOTALE degli sportivi, in ogni suo aspetto, che annulla il confine tra l’essere normodotati o meno.  E pur “nell’uguaglianza formale” e nel suo contesto paritetico, paradossalmente, alla fine saremmo “noi normodotati” a riceverne l’insegnamento più grande e la cura migliore: allora anche lo sport, forse, sarebbe uno sport meno malato.




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4 thoughts on “Diversità: valore o vergogna?

  1. Sei Coreana: senza dubbio sei coreana. Hai la capacita’ di ottenere e di raggiungere cio’ che desisderi.
    I coreani non si arrendono quando hanno in mente di raggiungere un traguardo e non perdono tempo.
    Cercare le proprie radici a volte e’ difficile. Una mia amica anche lei adottata da piccolo in Italia, e’ venuta in Korea per la prima volta quando aveva 28 anni. E’ rimasta 6 mesi a Seoul a studiare e vivere come I coreani. Tutto e’ andato bene, l’unica cosa che non ha volute fare era la ricerca di parenti. Mi aveva detto I miei sono solo italiani anche se sono nata in Korea da altri genitori.
    Sono content che vieni a rivedere questo bellissimpo Paese che e’ sopratutto tuo da sempre.
    Chissa’ se avremo l’opportunita’ di incontrarci. Ormai da 16 anni sono sempre in Korea e in Italia solo per le ferie e rivedere I nipoti. Auguro un buon viaggio a tutti voi. Ciao e un abbraccio.

    1. Carissimo Silvano, anche se non ci conosciamo ancora in carne ed ossa sento di aver trovato in te un amico sincero e un confidente prezioso. Ci vedremo durante la nostra permanenza in Korea, ci conto. Ci aggiorniamo privatamente fra qualche giorno. A presto 🙂

  2. Carissima Kim,
    …non ti conosco ancora di persona, ma dai bellissimi pensieri letterari che scrivi mi sembri una persona sensibile, aperta, creativa e disponibile. Mi piacerebbe intervistarti in merito al viaggio in Corea! Fammi sapere, un abbraccio a tutta la famiglia e buona avventura!

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