Corea, eccomi!

E’ trascorso qualche buon giorno dal mio ultimo post, ma scrivere tanto per fare non mi appartiene. So che tutte le “regole di ogni blogger che si rispetti” consigliano una certa costanza nel pubblicare i propri pezzi, però, per quanto mi riguarda, tendo a privilegiare soprattutto la qualità dei contenuti e se un pezzo non mi viene come dico io, piuttosto faccio passare qualche giorno in più. Credo che lo abbiate capito: fin dalla nascita di questo blog, che considero una “mia creatura” (un pò anche di Pandreat a cui devo, tra le altre cose lo slogan azzeccatissimo) e a cui tengo più di quanto possiate immaginare, mi sono resa conto che le pagine virtuali di hellokim sarebbero state un utilissimo strumento terapeutico per la sottoscritta, in cui veicolare parte delle mie paranoie ed ossessioni, ma anche un bellissimo modo per condividere gli aspetti più importanti della mia vita di donna, mamma, moglie, coreana adottata, sportiva. Rendermi conto che le mie esperienze, siano esse legate al mondo dello sport piuttosto che a quello dell’adozione, ma anche al vivere quotidiano, sono motivo di confronto costruttivo e di larga condivisione, mi fa un piacere immenso e mi inorgoglisce non poco.

Ragazzi, fra meno di tre giorni saremo su un aereo che ci catapulterà letteralmente in un altro mondo: il mio, in Corea. Mamma mia che avventura! Sono al settimo cielo e fortunatissima ad avere questa opportunità, di vivere con le persone che ho più care al mondo un’altra full immersion coreana. Come potrete immaginare sono giorni all’insegna della frenesia, che caratterizza ogni viaggio di una certa portata: documenti da preparare, dettagli da predisporre, contatti da aggiornare, mappe da studiare, frasario di sopravvivenza da stilare e… Equilibri che saltano. Letteralmente.

Da qualche anno ho intrapreso il percorso della ricerca dei miei genitori biologici, un’esigenza che è nata solo dopo essere diventata mamma e dopo aver fatto idealmente pace con la mia Terra d’origine. E’ un percorso difficile, tortuoso, tosto, soprattutto a livello emozionale, che ogni volta mette a nudo la mia anima rivelando il mio aspetto più vulnerabile. Quest’anno, con la scusa che in Corea ci andremo con i bambini e che i giorni a disposizione saranno pochini,  l’idea iniziale era quella di fare un viaggio “solo” e puramente turistico, anche perché, da quanto (non) scoperto finora, le probabilità di risalire anche lontanamente a qualche legame sono veramente ridotte ai minimi termini.

primoincontroMi preme fare una doverosa premessa: il mio è un discorso personalissimo, e non è detto che ciò che vale per me sia valido per ogni persona adottata; questo mio bisogno è completamente slegato ed indipendente dalla mia esperienza adottiva; non vale cioè l’equazione (piuttosto banale e semplicistica direi) esperienza adottiva di successo=non bisogno di ricerca, esperienza adottiva disastrosa o poco felice=ricerca a tutti costi. Certo, l’esperienza personale di ogni singolo ha la sua importanza in questo senso, ma fino a un certo punto: io credo che sia un’esigenza fisiologica, un bisogno primordiale che, per quanto mi riguarda, si manifesta prepotentemente soprattutto in concomitanza con i miei viaggi in Corea. Ma volete sapere la verità nuda e cruda? Forse non sono ancora pronta ad affrontare fino in fondo questo tipo di percorso, non del tutto almeno. Mi sento un pò lo struzzo della situazione, che nasconde la testa sotto la sabbia, e un pò me ne vergogno. Io, la Kim tosta, determinata, quella che non ha paura di niente e di nessuno, fa la parte del coniglio. La fifa ha sempre vinto. Finora.

E’ complicato da spiegare: da un lato c’è una parte di me, quella razionale, quella logica e terra terra che valutando i pro, i contro, e le rispettive ripercussioni che queste potrebbero avere sul mio fantomatico equilibrio, mi suggerisce 365 giorni all’anno di “non mollare la presa”: tanto, nella peggiore delle ipotesi, cioè non arrivando a capo di nulla, cosa avrei da perdere? Zero, continuerei a vivere la mia vita come ho sempre fatto sino ad oggi: a corrente alternata, con giorni in cui viaggio a 200 km all’ora, e altri con limiti di velocità imposti.

Dall’altra sono consapevole che se veramente volessi, FORSE a quest’ora avrei già qualche risposta, un quadro un po’ più dettagliato di quello in mio possesso ora: nel 2013, quando un’assistente sociale della Holt tirò fuori tutti i documenti relativi al mio caso e mi disse chiaramente che non esistono tracce a cui far riferimento per far partire un’ipotetica ricerca della mia famiglia originaria, fu come se mi avessero schiaffeggiato in cento. Ero partita piena di aspettative e nel giro di pochi minuti ogni mia speranza crollò come un castello di carte, lasciandomi in uno stato d’animo in bilico fra sollievo, perchè a volte è meglio non sapere, e delusione cocente, perchè sotto sotto sapevo e so che questa sarebbe una delle tappe più importanti della mia vita. La risposta a quell’unico perchè. E poi giuro, ci metto una pietra sopra e non ci penso più. Ero con mio figlio Alberto, e credo di avergli stritolato la mano senza accorgermene. Sento ancora la carezza del suo sguardo dolcissimo, fondamentale in quell’amarissimo frangente: ”Mamma, tranquilla, ci sono qui io con te”. Ci sono momenti nella vita di ognuno di noi che ricorderemo per sempre come se fossero marchiati a fuoco , in modo indelebile, in quel famoso chip da qualche parte nel nostro cuore, in grado di scatenare fortissime emozioni, anche a distanza di anni, anche in questo preciso istante. Meraviglioso Alberto. Però quell’assistente sociale, solo per un attimo e nella mia reazione infantile, l’ho odiata con tutta me stessa.

Senza entrare troppo nei dettagli, vi dico solo che fra alti altissimi, e bassi bassissimi, l’anno scorso con l’aiuto di persone meravigliose che hanno fatto della realtà adottiva coreana la loro mission, sono riuscita ad aggiungere un paio di tasselli all’incasinatissimo puzzle dei miei primi anni di vita in Corea. Ci sono luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato con la convinzione ed il desiderio mal celato di ricreare quasi magicamente una sorta di riconnessione luogo/temporale con memorie antiche e inconsciamente rimosse: nulla di tutto questo. E’ stranissimo questo mio percorso; anche questo un viaggio, a modo suo, una maratona molto speciale e durissima, dove mi manca sempre “lo sprint finale”, dove il famoso muro sembra invalicabile e pronto a respingermi ogni volta: arrivo fino a un certo punto e poi… Un continuo singhiozzo, in cui mi mancano le palle per compiere quel passettino in più. Ecco, l’ho detto. Ottengo una piccola informazione. STOP. Mando una mail. Rispondono. STOP. Forse ho solo bisogno di interiorizzare ogni volta. Puntualmente però, come una batteria che aspetta solo di raggiungere il massimo livello di carica, mi ritrovo mio malgrado con questa  voglia di scavare nel mio passato, anche quando sembra che non ci sia più nulla da estrarre. E quando una preziosissima informazione salta fuori, mi paralizzo di nuovo. Più volte maledico me stessa per questa mia debolezza: perché non riesco a trasferire la stessa foga, determinazione e costanza che metto nei miei allenamenti (e ogni maratoneta, nuotatore, triathleta  sa di cosa sto parlando) anche in questa mia ricerca? Tutti mi vedono come una sorta di panzer schiacciasassi, quella che se si mette in testa una cosa, in un modo o nell’altro, cerca di ottenerla e spesso ci riesce. Vero, ma è ancora più vero che quello che amo definire il mio buco nero è il mio vero tallone d’Achille, il mio nervo scoperto, l’unica cosa in grado di mandarmi veramente in tilt. Sarei in grado di accettare serenamente qualunque tipo di risposta? Un eventuale rifiuto che vivrei come un secondo abbandono e che farebbe, se possibile, ancora più male? Sono tutti pensieri per aria, la fantasia galoppa peggio di un cavallo imbizzarrito questi giorni, simile ad una pallina da flipper che rimbalza da un punto all’altro del mio cervello senza tregua; è inutile domandarselo a priori, ci sono eventi talmente oltre la nostra portata, che l’unica cosa da fare è viverseli nel momento stesso in cui essi accadono. Se accadono. Cavolo, a volte faccio fatica a rendermi conto di quanto sia fortunata: ho una famiglia meravigliosa, un marito compagno di vita senza il quale non sarei la persona che sono, mamma Emma che nell’eleganza d’animo che la contraddistingue sa, fa, e capisce tutto in silenzio. Mami, ti voglio un bene che non finisce mai, lo sai vero? Ricordi questa nostra espressione, vero? Questa mia ricerca non ha nulla a che vedere con te, tu sarai sempre, per sempre e comunque la mia mami, la migliore che potessi avere, ma sapere, vedere in faccia colei che mi ha messo al mondo, porle la fatidica domanda, forse mi regalerebbe quel pizzico di serenità a cui aspiro da una vita. Me lo sogno praticamente ogni notte. E so già che ogni ajumma che vedrò nei prossimi giorni mi farà borbottare fra me e me: potresti essere tu mia madre.

dossier

In questi giorni di Olimpiadi e di preparativi mi sono ritrovata molte volte in lacrime sul divano, commossa nel mio Io più profondo di fronte al riscatto umano di molti atleti ottenuto attraverso lo spirito di sacrificio dello sport in nome di un sogno a cinque cerchi. Questi campioni, con il loro essere umani prima di essere super atleti, con le loro debolezze e la loro voglia di autoaffermazione, sono per me fonte continua di ispirazione. Non vincerò mai una gara, non conquisterò mai una medaglia olimpica, mi sfondo di allenamenti per essere a pagina 5 di 7 nelle classifiche, o anche peggio (ed è anche per questo che tendo a non guardarle mai), ma ogni volta che arrivo alla fine, di una maratona, di un allenamento in ciclabile, di 100 vasche in piscina (con qualche pausa ancora), è una piccola grande vittoria con me stessa. Quella che ancora una volta mi farà infilare in valigia, quasi di soppiatto, il mio passato per un futuro ancora tutto da scoprire.




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5 thoughts on “Corea, eccomi!

  1. leggo con attenzione I tuoi scritti, e mi fanno partecipe dei tuoi desideri di conoscere e sapere.
    Ma io credo che tutti coloro che in Korea sanno o che erano a conoscenza della storia del tuo abbandono, non interessa sapere o scoprire di piu’. E fa parte dello stile del carattere coreano delle persone che pensano: “non e’ un problema mio, non mi riguarda, non mi tocca, quindi non sono interssato ne voglio entrare nei problem degli altri,”.
    Nel 2000 quando arrivai a Ulsan all’uscita dal ristorante, nella via frequentatissima , vicino alla porta di in gresso di una casa, un uomo stave picchiando selvaggiamente una donna. Mi fermai e cercai di attirare l’attenzione di altri uomini per far smettere quell massacro a quella povera donna. Un uomo si fermo’ e mi disse in inglese: vai via non e’ un problema che ti riguarda…e tanti altri passavano e nemmeno si fermavano a vedere o dire qualche cosa. Questo l’ho considerato egoismo da parte dei coreani.
    Trascorri I tuoi giorni in Korea visitando posti bellissimi che ti appartengono e sono tuoi da sempre.
    Ciao da Ulsan.
    Silvano

    1. Carissimo Silvano, grazie per seguirmi sempre con affetto. Il buono e il cattivo esiste in ogni popolo e in ogni parte del mondo. Tutto il mio percorso di ricerca nasce da un’esigenza che è fisiologica per me ma anche per quasi la totalità degli adottivi e non credo solo x quelli coreani. So che può sembrare banale, ma credo fermamente che questo sia un tema talmente delicato nella sua complessità che generalizzare sarebbe ingiusto e soprattutto uno di quegli ambiti in cui vale al 100% il detto “per capire bisogna passarci”. Nel momento in cui mi sono resa conto di non essere la sola a vivere questo tipo di “conflitto e di ricerca”, per me è cominciata una sorta di seconda vita :-). Coloro che mi hanno aiutato in passato fanno parte di una “community” meravigliosa, c’è tutto un mondo legato all’universo dell’adozione, a volte anche un cinico business, e le info in mio possesso finora le ho ottenute grazie a loro. Organizzazioni, associazioni, volontari che hanno fatto del mondo adottivo la propria ragione di vita. Poi vabbe’, la Korea, come ben sai, ho imparato ad amarla, proprio perché mi appartiene da sempre. Anche con le sue profonde contraddizioni.

  2. Ciao Kim! Spero che ti ricordi di me( hai lavorato con il mio compagno, Gianluca Greco). Ho letto la tua storia e devo dire che mi ha colpito. Spero tu possa trovare le risposte che cerchi da una vita e non sentirti codarda se delle volte, come dici tu, tendi a infilare la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi. Credo che sia un reazione più che comprensibile….. a nessuno farebbe piacere ricevere risposte negative o che non ci si aspetta; la tua è solo paura di avere un’ulteriore delusione ed è più che comprensibile. Ho una sorella con la quale, purtroppo, non ho potuto condividere ciò che fanno tutti i fratelli che crescono insieme perché mio padre è stato costretto a rinunciare a lei (ancora non riesco minimamente ad immaginare il dolore che si porta dentro ormai da quasi 40 anni) quando aveva 3anni. Oggi sono mamma preferirei morire piuttosto che non vedere più la mia bimba. Mia sorella mi ha raccontato che all’età di 17 anni ha iniziato a sentire il bisogno di conoscere l’uomo che aveva il suo stesso sangue e come te aveva gli stessi timori, a ogni passo della sua ricerca si fermava e subito pronta a rinunciare al prossimo Step ma x fortuna è andata avanti e oltre ad averci trovato ha, finalmente, avuto le risposte che da sempre si poneva. Quindi Kim io sono con te, non darti per vinta e vai sempre avanti. Ciao e buon viaggio! !!

    1. Carissima Pamela, certo che mi ricordo di te e ricordo il tuo compagno con molto piacere. Leggere le tue parole mi ha scaldato il cuore e.. Che dire? Ricevere questo tipo di riscontro, tutto questo calore umano mi commuove e mi da ulterioriore conferma delle implicazioni e conseguenze positive di questo blog. Anche se raccontarsi e mettersi a nudo è tutt’altro che facile , constatare che anche solo una singola persona possa riconoscersi, identificarsi e condividere le mie esperienze è un enorme successo. Quindi grazie davvero cara Pamela, sapevo della tua maternità e vi auguro una vita meravigliosa. Ps: ho promesso che al mio ritorno passerò in filiale per un saluto collettivo. Un abbraccio 🙂

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