Vado a correre

Mi hanno sempre detto che si può capire tanto di una persona in base allo sport che pratica. Molto semplicisticamente: sport di squadra o sport individuale? Socievole o individualista? Io mi sono sempre ritenuta un lupo solitario (e lo sono, eccome!), anche se il richiamo del branco ogni tanto si fa sentire. Fondamentalmente però amo stare da sola, mi basto, e ci sono momenti in cui per me è davvero necessario isolarmi dal resto del mondo; in questo senso trovo che la relazione con la scelta dello sport  calzi a pennello: per quel che mi riguarda, corsa e, da qualche mese, nuoto, due discipline solitarie per eccellenza. Ma parliamo di ciò che conosco meglio, la corsa.

E’ giusto parlare di solitudine del runner?

Dopo la maratona di Venezia, ormai quasi un mese fa, non ho più corso neanche dieci metri, usando la macchina anche per andare a buttare la spazzatura nei cassonetti, e non me ne vogliano gli ecologisti che potrebbero rimproverarmi l’incremento del tasso d’inquinamento per sopravvenuta “pigrizia fisica e mentale” (quello che io chiamo fondo del barile raschiato a più non posso); in ritardo pauroso sulla tabella di marcia, ho fatto ciò che non si dovrebbe MAI fare, non solo nello sport ma anche nella vita quotidiana: ho concentrato troppo allenamento in troppo poco tempo, arrivando al giorno dell’appuntamento nelle peggiori condizioni possibili. Ecco, il rischio maggiore è proprio questo: arrivare al traguardo in condizioni psicologiche tali da avere quasi un rigetto nei confronti di quella che, fino a qualche ora prima era la tua grande passione. Sapete qual’è stato il mio primo pensiero appena tagliato il traguardo? Adesso per almeno un mese non corro nemmeno sotto tortura! Parlo di condizioni psicologiche perchè fisicamente, nonostante tutto, dopo un paio di giorni ero perfettamente a posto. Eppure, è trascorsa qualche settimana e ancora non ho infilato le scarpe da running.

Domenica la mia home di Facebook era strapiena di amici che hanno corso questa o quella gara, la mezza X, la maratona Y, la 10 km Z, di foto di gps  testimoni di tot km corsi alla tot velocità, o di gente che ha corso per il puro, semplice piacere di farlo. Volete sapere la mia reazione? NESSUNA INVIDIA.

Ma la corsa comincia a mancarmi. Scalpito. Mio marito dice che è ora. E se lo dice lui c’è da crederci. Ho di nuovo voglia di ritrovarmi sola con me stessa. Correndo.

... a così....nel giro di un secondo

In allenamento ma soprattutto in gara sono sola anche in mezzo a centinaia di persone, immersa profondamente in una dimensione di spazio e tempo, di mente e cuore: il corpo lancia dei segnali di sofferenza che la mente cerca di contrastare in tutti i modi, trasformando la distanza in piccoli mini traguardi prima di quello finale; ecco che allora non mancano più 20/10/5 km alla fine, ma quelle stesse distanze diventano dei mini blocchi su cui concentrasi di volta in volta per evitare un suicidio psicologico. Pensare “mancano ancora 20 km” è una mazzata che spesso non lascia indenni, e subdolamente potrebbe farsi strada un pensiero malefico del tipo “ma chi me lo fa fare? 20 sono un’eternità”… Trasformare quei 20 km in blocchi di 5, e concentrarsi su di essi, uno alla volta, senza pensare al successivo prima di aver terminato quello precedente, fa un’enorme differenza: chi è che diceva “Vivi il presente, domani chissà?”. Ricordate? Un passo alla volta, uno dopo l’altro, e prima o poi al traguardo ci arrivo, che tanto, arrivare 634ma piuttosto che 385ma, a me la vita non la cambia, ma arrivare in fondo ad una maratona si. Esagerata? Forse lo sono quando dico che le sono in un certo senso debitrice: se è vero ed innegabile che la corsa è stata ed è per me uno strumento formidabile per arrivare a conoscermi profondamente, è altrettanto vero che la persona determinata, impegnata e motivata che sono oggi lo sarei, forse, anche a prescindere dall’essere maratoneta. Forse. Sicuramente la corsa ha contribuito a portare alla luce aspetti della mia personalità già esistenti e radicati, seppur latenti.

Amo alla follia mettermi alla prova, anche durante le mie amate/odiate maratone, calandomi in un mondo profondamente intimista dove sembra non esistere una distinzione netta tra sofferenza e sensazione di libertà, tra sofferenza e piacere. C’è chi liquida tutto il discorso in modo molto sbrigativo e, a mio avviso, superficiale: “Voi maratoneti siete tutti masochisti ed autolesionisti”.Un pò forse è vero, chi più, chi meno. Ma è vero anche che poche cose come tagliare quel traguardo sapendo di averlo fatto contando solo, completamente ed esclusivamente su te stesso sono in grado di migliorare ogni aspetto della tua vita. Per me è così: ogni volta è un’autoaffermazione, che porta la mia autostima alle stelle, anche quando la finisco in ginocchio, anzi, soprattutto quando finisco in ginocchio; significa aver scavato in ogni angolo della mia anima, creando e trovando risorse che non immaginavo di possedere. In fondo credo sia comune alla stragrande maggioranza dei runners (ma anche ai triathleti e a tutti gli atleti di endurance) quella dimensione quasi spirituale in cui tutto si confonde e contemporaneamente si amalgama pur rimanendo distinto: cuore, corpo, mente, in equilibrio a volte precario, a volte perfetto, ma sempre delicato.

Un equilibrio che nel mio caso si rivela spesso fragile e che ho imparato, nel tempo, a rafforzare con cure ed attenzioni quotidiane, come nelle più grandi storie d’amore degne di questo nome. Anche quando queste cure si traducono nel rispolverare in modo quasi nostalgico ogni medaglia conquistata ed immortalarle in uno scatto su Instagram, o scervellarsi per rendere simpatico qualche post sulla pagina fb inerente al mondo running o….. Semplicemente scrivendo questo pezzo sul blog.

E mi rendo conto che sono sola non solo in gara e durante gli allenamenti, ma anche e soprattutto quando non corro, e che per ritrovare quella magica alchimia che a volte sembra inspiegabilmente sparire, un pò mi devo “smazzare”, proprio come in un rapporto d’amore: con il corpo, con la mente, con il cuore.

Sempre loro.

Ed è sempre una questione di scelte, anche quando il divano è, potenzialmente, il vincitore indiscusso, per chiunque e in molti ambiti. Chi ama davvero il running lo sa (e io amo correre quasi quanto amo il mio divano): posso scegliere se continuare ad amare la corsa ed esserne riamata anche quando sembra tutto l’opposto, o se vivere un “disagio causato dal rimpianto/senso di colpa” che mai e poi mai, nemmeno il mio adorato divano sarebbe in grado di contrastare.

Buone corse a tutti, e, soprattutto, buona corsa a me. Improvvisamente, chissà perchè, mi è venuta una gran voglia di andare a correre. :-))




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