Due chiacchiere con Francesca (Iachemet)

La vita è strana. Io e Francesca ci conosciamo praticamente da quando eravamo poco più che bambine, ma il nostro rapporto è diventato un po’ più intimo solo da qualche anno. Così intimo che quando ho deciso di sposarmi con Maurizio lo scorso febbraio, ho voluto che fosse lei la mia testimone.

Perché è una bella persona. Perché è di un’umiltà e di una semplicità disarmante pur essendo una campionessa. Perché è un’anima pura. Perché ha un’etica morale non indifferente. Perché condividiamo la stessa passione, quella corsa, che per me è “solo passione”, per lei quasi una ragione di vita.

Impossibile trovare qualcuno che non le voglia bene, anche al di fuori del mondo running.  Ricordo il mio timore quasi reverenziale nei suoi confronti, unito all’ammirazione sfrenata quando la vedevo passare davanti a casa durante i suoi allenamenti, e si, anche un pizzico di (buona e sana) invidia per la sua falcata leggiadra e potente al tempo stesso che io non avrò mai, nemmeno in una seconda vita.

Per me è un onore e un privilegio annoverarla fra le mie amicizie più care, e poi ci tenevo in modo particolare che fosse lei la prima ad “inaugurare” questo filone nel blog, quello delle interviste. In realtà più che un’intervista, amo identificare questo articolo come il frutto di una chiacchierata fra due donne agli antipodi ma che condividono la stessa passione (seppur su livelli diversissimi) e gli stessi valori di questa vita che a volte è ….. complicata.

L’inizio       

francy<<La molla per iniziare a correre non è mai esistita. Mi spiego: da piccola vedevo sempre correre mio padre alle non competitive. A quei tempi esisteva il campionato valligiano della Val di Cembra ed era scontato parteciparvi tutti insieme, un modo bellissimo per viversi la famiglia in un clima goliardico fatto soprattutto di divertimento. Perciò direi che è stato un passaggio fisiologico, senza subire la benché minima pressione, proprio sull’esempio di mio padre. Mi sono ritrovata così alle superiori a partecipare alle gare che organizzava la scuola… Poi, complice la vita e la nascita di mia figlia, la corsa per un po’ l’ho abbandonata. Ma lei non ha abbandonato me, e il suo richiamo, irresistibile, è tornato a farsi sentire prepotentemente. Appena le circostanze l’hanno permesso, ho ricominciato, proprio da quelle non competitive che avevano caratterizzato la mia infanzia>>

Tenerissima Francesca, traspare dai suoi occhi la dolcezza di quei ricordi di bambina e penso che alla fine tutti noi siamo fortemente legati al ricordo dell’esperienza, vissuta con ognuno dei nostri sensi più uno: quello dell’emozione, che ci rende quel ricordo indelebile, indimenticabile e che ci ri-proietta ancora una volta protagonisti di quella storia ogni volta che ne rievochiamo il ricordo.

Il valore e la bellezza della fatica, e lo sport come maestro di vita

Sarà scontato ma non posso fare a meno di domandarglielo. Cosa ami della corsa? Perché bisogna amarla alla follia se le si dedica una vita intera…

<<Fondamentalmente è bello fare fatica. Mi piace proprio tanto, ma con intelligenza! Per dirti, non farei mai 3 giornate di gara, la fatica ha un senso se lo sforzo è adeguato alle propria preparazione. La gara va preparata, bene, e soprattutto va smaltita>>

Francesca è mamma, compagna, runner di livello nazionale e lavoratrice; la domanda sorge spontanea: come si fa a conciliare tutto?

<<La passione al primo posto, senza quella non si va da nessuna parte; è quella che fa magicamente incastrare tutto, ma proprio tutto, e in nome della quale si è disposti a fare quasi i salti mortali. Poi è fondamentale la collaborazione e la condivisione di un’idea comune di coppia e di famiglia. Indipendentemente dal fatto che qualcuno dei tuoi famigliari pratichi o meno la stessa disciplina, un equo scambio tra dare e ricevere ma soprattutto il rispetto e il desiderio della felicità del/della partner è di un’importanza enorme; tutto questo mi permette di allenarmi nelle migliori condizioni possibili, serenamente e senza sensi di colpa (quasi sempre). Lo sport è importante, ho cercato di trasmetterne i suoi valori anche a mia figlia perché è una scuola di vita molto efficace, soprattutto per un giovane. Ultimo, ma non ultimo… Poco divano!>>

Chissà perché ho come l’impressione che questa ultima affermazione sia rivolta alla sottoscritta, ma probabilmente sono io in paranoia da sensi di colpa perché ci sono momenti in cui io e il divano siamo una cosa sola 😉

Quando il coach è (quasi) tutto, anche per la motivazione (ma non solo).

E a proposito di motivazione… Come fai a motivarti, a correre anche 120/130 km alla settimana per preparare una maratona?

<<Sembra banale, ma il “coach giusto” fa davvero tutta la differenza del mondo. Nel mio caso ho una persona di fiducia che mi segue da 12 anni: un punto di riferimento importantissimo, sia a livello professionale che a livello umano. Il coach è quella persona che ti conosce a 360°. Troppo facile identificare l’allenatore con chi ti fa tabelle e stop. E’ molto altro, e, tra le altre cose, è qualcuno che “sacrifica” il suo tempo per decidere che allenamento farti fare il giorno dopo. Fossero anche “solo” 5 minuti, è il suo tempo , risorsa diventata preziosissima, e quindi basta questo pensiero per motivarmi e farmi uscire ad allenarmi. Anche se il giorno prima ho corso per 2 ore e mi aspetta un’altra ora e mezza di fatica, magari dopo aver lavorato fino alle 6 o alle 7 di sera.>>

Di ripetute, belle sensazioni e di competitività

Consola sapere che anche una campionessa come Francesca fatica a digerire le ripetute

<<Ti confesso che quando devo affrontare questo tipo di allenamento sono nervosa il giorno prima, lo stesso giorno, e anche due ore prima! Un nervosismo che “sfogo” anche a casa, però sono consapevole che poche cose come le ripetute permettono di fare un enorme salto di qualità. Il mio allenatore ama ripetere che questo tipo di lavoro, se fatto come si deve, vale più di una gara, perché col pettorale addosso sei condizionato da molti fattori, dall’adrenalina ma anche dal possibile risultato finale. Per contro, adoro letteralmente quando sento che le gambe girano che è una meraviglia, magari per 25/30 km, senza fatica apparente>>

Come ti capisco cara Francesca! Credo che per un runner non esista esperienza migliore di quella che hai appena descritto, quando si sperimenta quello che gli esperti chiamano “stato di flow”: un equilibrio perfetto tra corpo e mente che ci fa sentire in uno stato di grazia , dove corriamo come se avessimo le ali ai piedi senza percepire il minimo sforzo.

Sei competitiva Francesca? All’ovvia risposta, segue un aneddoto della  sua infanzia che le illumina gli occhi di quella luce riservata solo ai ricordi più belli, di quelli che scaldano il cuore ogni volta che ci pensi.

<<Ho vivissimo questo ricordo. Frequentavo le elementari e la fine delle lezioni coincideva con il suono delle campane di mezzogiorno della chiesa del nostro paese. Io ogni giorno ingaggiavo una sfida con queste campane, dovevo correre a più non posso e arrivare a casa prima dell’ultimo rintocco, era più forte di me. Se ci penso adesso, da adulta, mi vien da ridere ma al tempo stesso questo ti fa capire quanto fossi competitiva sin da bambina, senza saperlo, non a livello razionale almeno.>>

La gara del cuore

La gara della vita? Domanda d’obbligo, e la risposta è, ancora una volta, quella di una campionessa.

<<Due sono le gare che ho nel cuore. Rotterdam (lo scorso aprile). Mega maratona e prima all’estero. Trasferta bellissima. Perfetta. In compagnia di Caterine Bertone, prima di tutto amica e poi atleta da imitare. Pubblico in gara e ovunque. Mai da sola. E il personale come ciliegina sulla torta.

nazionale
Photo credit: Mountain Running Italian Team

Poi il mondiale di corsa in montagna su lunga distanza a Podbrdo in Slovenia, lo scorso giugno. Quel 4° posto, mai immaginato, ha cominciato a devastare il mio cuore a qualche km dal finale (quando stavo realizzando). Più di 4 h e 30’ di gara sono per me fuori dal normale. Hanno scritto che ho fatto un capolavoro. Non so, io ci ho messo l’anima e anche di più. Partita cauta (al primo rilevamento ero oltre la 15ma posizione), ho cominciato poi a recuperare un po’ alla volta. Una di quelle gare da copione che capitano una/due al massimo tre volte nella vita. All’arrivo, quando ho visto il volto di Antonella Confortola sono scoppiata a piangere come una bambina. La gioia, la fatica, la passione…mah, vuoi sapere…>>

Si ferma un attimo Francesca, e posso quasi percepirle io sulla mia pelle, le sue stesse emozioni.

<<Concludo con un altro momento nel mio piccolo e umile percorso di atleta, marchiato in modo indelebile nel mio cuore. La prima consegna del materiale tecnico della Nazionale. Un corriere a mia insaputa mi ha consegnato uno scatolone. Mittente: Fidal Roma…E lì, già non capivo più niente dalla gioia. Ero al lavoro e non l’ho aperto. Sono arrivata a casa con il pacco e non riuscivo ad aprirlo, lo temevo, mi sembrava quasi di non essere all’altezza. Poi solo una fessura.. ma quando ho visto l’azzurro il cuore mi è partito a 1000! Mi sembrava impossibile che fosse mio, che fosse davvero mio. Ho aspettato che non ci fosse nessuno in casa e ho cominciato a togliere i sacchetti azzurri: un’emozione indescrivibile, forte come poche. In quello scatolone c’era il frutto di tante fatiche, di rinunce  e delusioni, di gioie ma anche di sacrifici, e tanto altro. Ma era mio.>>

Non so voi, ma io ho uno strano nodo alla gola. Cara Francesca, sei speciale. Punto.

Fra qualche confidenza e molte risate il tempo vola. Ci salutiamo con un’ultima considerazione sul nuoto, attività che a me piace sempre di più, e sulla quale lei si è affacciata da poco per via di un infortunio: una cosa inizia a piacerti quando cominci a vedere dei miglioramenti e dei risultati. Sono sicura che, come è successo a me, nel momento stesso in cui comincerai a “vegnirne fora” come diciamo dalle nostre parti, ti appassionerai anche tu al nuoto. Anche se la corsa è stata, è e sarà sempre il tuo unico, vero, grande amore. Buona guarigione cara amica, ma soprattutto buona vita e grazie di far parte, a piccole ma importanti dosi, della mia.

Nota: i “malati di numeri” avranno sicuramente notato che non si fa riferimento a nessun crono relativo alle gare di Francesca. Non era lo scopo di questo pezzo. Come sempre, ho cercato di privilegiare l’aspetto umano, che  poi è quello che fa la differenza. Ma se proprio siete curiosi, sappiate che Francesca vanta un personale in maratona di 2h,45’55”(Rotterdam, aprile 2016) e di 1h,20’17” sulla mezza (Ravenna, novembre 2015). Per tutto il resto (e ce n’è eccome) c’è Google.




Tag:, , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*