Giordy, uno di noi. Si, proprio lui, Giordano Benedetti

Avete presente quelle cose in grado di risolvervi la tipica giornata no? Quando l’unica consolazione che riuscite a darvi è quel “Beh, prima o poi dovrà pur giungere al termine anche questa.”? D’ora in avanti, nella mia lista di “cose risolutrici”, oltre alla musica, gli allenamenti di corsa e di nuoto, annovererò di diritto anche una chiacchierata con Giordano Benedetti. Con il campione trentino, specialista del doppio giro di pista, ci siamo sempre incrociati di striscio senza mai esserci presentati ufficialmente. Anzi, sapete qual’è stato il nostro primissimo contatto? Risale a qualche anno fa, io avevo scoperto la corsa da poco e lavoravo ancora dietro al banco gastronomia di un grosso supermercato e…. Gli preparai l’affettato con le mani che mi tremavano (per l’emozione), rigorosamente senza grasso (anche se in teoria non avrei potuto e lui non me l’aveva chiesto) e con la smania di dire a tutti che avevo avuto l’onore di tagliare qualche fetta di prosciutto a colui che era già considerato una stella nascente nel panorama dell’atletica italiana.

Ma quanto sei alto??!? :-))

Da quel primissimo, fortuito contatto, molte cose sono cambiate: io non lavoro più in un supermercato, la mia passione per la corsa e per lo sport è aumentata a dismisura fino a crearne un blog, e quel ragazzo di qualche anno fa è diventato un uomo, un uomo vero, carismatico, profondo, che fai fatica ad immaginarti come una persona di “soli” 27 anni, proprio per la maturità che traspare da tutto ciò che dice ma anche da ciò che non dice. Se poi hai la fortuna, come è successo a me, di vederlo approcciarsi con i bambini dell’Atletica Trento ti rendi conto che oltre ad essere un campione sportivo, Giordano è vero e genuino come pochi: quando sorride, gli sorride tutta la faccia, occhi compresi, e sono pronta a scommettere che si è divertito sul serio a giocare a palla avvelenata con quei ragazzi prima di presentar loro la sua esperienza olimpica, con una semplicità, disponibilità ed umiltà disarmanti. Le Olimpiadi, appunto. Dal sogno proibito di ogni atleta che Giordano ha vissuto recentemente sulla propria pelle, si dipana questo suo racconto inedito di ragazzino calciatore ieri, di atleta olimpico, ma soprattutto di uomo dall’enorme spessore umano e morale oggi.

Rio 2016, la mia prima Olimpiade e mezza, da ottocentista e non da calciatore

<<Per me Rio non è stata la prima Olimpiade. Nella mia testa continuo ad identificarla come la mia prima Olimpiade e mezza, perché se penso a 4 anni fa, quando ottenni il minimo per Londra 2012 con una sola settimana di ritardo rispetto alla scadenza, un po’ di amaro in bocca ancora lo sento….Ma lo sport insegna soprattutto questo, a trasformare il negativo in positivo anche quando sembra che di positivo non ci sia proprio nulla e invece, col tempo e l’esperienza, impari che tutto serve, forma, forgia e fa capire tante cose. L’esperienza di Rio? Incredibile! Non c’è Coppa Europa che tenga, né Europei o Mondiali, dove pure il livello è altissimo, quasi impossibile. L’Olimpiade non so… Ha qualcosa di più, quell’aura magica, una forza invisibile ma che percepisci chiaramente non solo su te stesso, ma anche sui tuoi avversari. L’atmosfera che si respira è talmente unica che ti sembra di avere una potenza superiore. Hai di fianco gli avversari di sempre, con cui ti sei confrontato in tante altre occasioni, ma che l’Olimpiade trasforma. Li guardi negli occhi e ti rendi conto che hanno una fiamma particolare, un’energia all’ennesima potenza. Pur sentendoci tutti, almeno con quelli con cui hai un po’ di confidenza, come se ci fossimo incontrati al parco giochi; penso ad esempio al nostro arrivo in aeroporto, quando, arrivati con i francesi, ma anche con altri atleti, ci siamo scambiati frasi del tipo “Hey, ci sei anche tu, ma che figata“, in un clima di sorpresa complicità e goliardia, con una tensione/rivalità agonistica stemperata dalla consapevolezza di far parte tutti, indistintamente, di qualcosa di grandioso. Ecco, anche questo è Olimpiade, e solo rievocare certe sensazioni … Ci credi che mi viene sempre la pelle d’oca? Anche ora, guarda! >>

Ci credo, ci credo, caro Giordy, perché la pelle d’oca è venuta anche a me mentre ti ascoltavo e anche ora che ne scrivo. Non oso immaginare la tensione prima dello sparo, il cuore che galoppa all’impazzata e l’agitazione che gioca brutti scherzi…

<<In realtà io non vedevo l’ora di partire, perché se cominci a pensare di non voler partire…. è un gran casino! Guarda, mi è successo qualcosa del genere agli europei e ai mondiali, anche per le aspettative altrui, lo ammetto. Ma l’Olimpiade è una cosa talmente tua, talmente personale, il sogno con la “S” maiuscola, che alla fine non esistono più presidenti, dirigenti, allenatori… Esisti solo tu e questa cosa magica che di nome fa Olimpiade.

Almeno, per me Rio è stato questo: una cosa solo e tutta mia, e credo di non sbagliare quando dico che su più di diecimila atleti, ognuno di essi l’ha vissuta come una cosa personalissima, esclusivamente sua, e quindi una volta che sei lì, che vivi il tuo personalissimo sogno frutto di sacrificio, fatica e rinunce, non è che sei già appagato, PERO’…. Gareggi già con quella sensazione. Poi, ovviamente, la gara è gara e cerchi di dare tutto e anche di più, ma, per tornare alla tua domanda originaria, sono dell’idea che agitarsi non serve a nulla, come non serve a nulla fasciarsi la testa prima del dovuto, o affidarsi a riti scaramantici: quello che vali, vien fuori; la gara è un premio di tutto il lavoro svolto prima, ed è anche per questo motivo che mi ritengo più che soddisfatto della mia esperienza brasiliana: le mie qualità le ho sfruttate sicuramente tutte, fino all’ultima goccia, anche perché, pur avendo affrontato una preparazione ottima, ho dovuto “riadattarla” per un grosso problema alla schiena e un’influenza contratta ad aprile, proprio nel periodo clou: non il massimo se l’anno è quello olimpico>>

 <<Un altro ricordo bellissimo che ho di Rio 2016 è la mensa del villaggio olimpico, non soltanto un luogo fisico, ma un concentrato di atleti da tutto il mondo, ognuno con la propria tradizione culinaria e la possibilità di sperimentare e soddisfare qualche curiosità. Il cibo per noi atleti è fondamentale, ed è stato fantastico poter contare su una cucina internazionale a 360° di qualità indiscussa. E poi era anche divertente confrontarsi al giochino di chi fa cosa: attribuire una determinata specialità ad un determinato fisico e verificare poi se avevi azzeccato. L’unico rammarico, se tale si può definire, non poter assistere a tutte le gare in diretta televisiva, ma forse, col senno di poi, forse è stato meglio così, perché un’Olimpiade è talmente bella e magica, che varrebbe la pena guardare ogni singola disciplina, e ogni singola gara. E chi avrebbe più dormito? E’ bella la vela, è bella la lotta, il judo, il tiro con l’arco, l’equitazione, è bello tutto!>>

Come hai scoperto il mondo dell’atletica, e quando hai capito che il doppio giro di pista sarebbe stata la tua specialità?

<<Fin da piccolo lo sport ha sempre esercitato su di me un’attrattiva particolare: mi piaceva guardarlo in tv, ero curioso, e la mia prima grande passione è stata il calcio; mi piaceva davvero tantissimo, per dirti, ero uno di quei bambini che andava a dormire col pallone. Crescendo poi, quel mondo ho cominciato a sentirlo sempre più distante, nel senso che non mi sentivo così “ottimizzato”: non fraintendermi, non avevo nessuna mania di protagonismo, giocavo come difensore e non come un attaccante che doveva dimostrare il proprio valore a suon di goal. Forse il campo da calcio cominciava a starmi stretto. Poi è buffo, la vita a volte si diverte con strani giochini: un giorno io e mio padre arrivammo al campo per la partita con forte anticipo, e per una ventina di minuti chiacchierammo con la persona addetta alla sicurezza del centro sportivo. Dopo anni e anni, io facevo già atletica da un pò di tempo, ripensando a quella persona, indovina? Era Gianni Benedetti, il mio allenatore storico, e già questo fa pensare. Un segno premonitore del destino? Casualità? Vai a sapere… Io non è che ho scelto di fare atletica, a me piaceva giocare a calcio, tanto anche, ma quel mondo lo sentivo sempre meno mio. Poi in terza media, finalmente, dopo averci provato per due anni, riuscii a qualificarmi per i campionati studenteschi sui mille metri. In quell’occasione, il mio maestro di fisarmonica che era anche professore di educazione fisica alle medie, suggerì a mio padre di portarmi al campo d’atletica per “tirar giù” due riferimenti, io che non ci avevo mai messo piede e che non sapevo nemmeno a quanti metri corrispondesse un giro di pista. Per quella gara studentesca, ricordo i nostri calcoli “rudimentali”, tipo: “La pista è lunga 400 metri, vincono con 3 minuti circa, quindi ogni 200 metri devi fare 36 (secondi) che vuol dire 3 (minuti) al chilometro…

……

Beh, ci credi? Io quel 36 – 3 al chilometro ce l’ho stampato in testa con un pennarello indelebile, me lo porto dietro da anni quasi fosse una filastrocca, è il primo riferimento numerico di questo mondo dell’atletica che nel giro di poco è diventato il mio. Quei campionati studenteschi poi li vinsi, anche grazie, forse, ad un malinteso con il mio prof che continuava a gridarmi “Va’ che sei sotto, sei sotto!!”: lui intendeva farmi sapere che ero veloce, io credevo di esser lento, perché non avevo un tempo d’iscrizione, corsi e vinsi da solo. Da lì e dal successivo terzo posto ai campionati studenteschi nazionali partì tutto; anche l’ambiente, rispetto al calcio, mi rispecchiava di più: molto più semplice, più tranquillo, più mio insomma. Anche se da “bocia” ero sicuramente un iperattivo. Gli 800 sono la mia distanza, fanno proprio parte di me. Un po’ come un vestito di alta sartoria, fatto su misura e quasi cucito addosso: perfetto, calza a pennello e non tira da nessuna parte. Provare a cimentarmi in qualcosa di diverso, allungando anche, vorrebbe dire snaturare tutto ciò che sono io, anche se sono sicuro che potrei fare bene. Chissà, intanto non ho nessuna intenzione di mollare il doppio giro di pista, e poi dài… Amo definire gli 800 come il decathlon della velocità: ti permettono di non annoiarti mai nel prepararli, perché si varia molto, anche quando i km settimanali arrivano a cento ed oltre>

Il regalo più bello che mi ha fatto l’atletica e l’atletica come stile di vita

Ancora una volta Giordano stupisce con la sua maturità: faccio veramente fatica a credere di star parlando con un 27enne. Questo ragazzo dimostra una maturità, una consapevolezza ed una coerenza fuori dal comune. Merito della famiglia, ne sono sicura, ma anche dello sport, ne sono altrettanto sicura.

<<Sarò un romanticone, ma sicuramente senza l’atletica non avrei conosciuto Francesca, la mia compagna. Poi, sai che ti dico? Se avessi continuato a giocare a calcio, non avrei sicuramente girato il mondo come ho fatto soprattutto durante gli ultimi anni, quando prendevo anche 40 voli all’anno. Viaggiare è un arricchimento immenso, apre gli orizzonti, conosci ambienti diversi, gente diversa, di ogni mentalità, e di ogni credo. Magari uno è portato a pensare che a livello concreto, materiale, non ottieni nulla, ma vogliamo parlare della ricchezza a livello umano? Impagabile! Impari a conoscere il mondo, impari fondamentalmente a vivere, senza sforzo. Ecco, in questo mi sento molto fortunato e privilegiato, grazie all’atletica ho vissuto e vivo esperienze che magari a livello professionale, in un qualsiasi altro ambito, avrei sperimentato con 10 anni di ritardo, o forse mai.

Quando smetterò di essere Giordano ottocentista, che gareggia, continuerò ad essere Giordano atleta, che segue una sana e corretta alimentazione e con alla base quell’idea di star bene facendo sport. E’ un modus vivendi che che mi porterò dentro tutta la vita, ne sono sicuro, anche perché io sono sempre stato molto metodico e rigoroso, dal prepararmi la borsa, a tutto il resto, anche nell’alimentazione: certo, capita di sgarrare, ma me ne accorgo subito perché non sto benissimo e non è una bella sensazione; negli anni ho imparato a conoscermi e tarare la mia nutrizione sui miei reali bisogni.>>

L’atletica, è la tua vita? E il Trentino, è casa?

Mi sento leggermente in colpa nel porgli questa domanda, perché lo faccio quasi a bruciapelo… Giordano si dimostra un signore anche in questa occasione, e non posso impedire ad un pensiero fugace di annidarsi nella mia testa: caro ragazzo, sei un bellissimo esempio per tutti noi, sportivi e non, uomini e donne, adulti e bambini; viva lo sport, se questo è il risultato!

<<Sai quante volte me lo sono chiesto? Non hai idea, e non sono mai riuscito a rispondermi…. Però una cosa posso dirti: ci sono dentro alla grande, ci sono talmente dentro che non te lo posso dire, non obiettivamente almeno. Pero’….. Si, forse sarebbe più giusto dire che è tutta la mia vita che ruota intorno all’atletica, è talmente parte integrante di me che mi dà quasi fastidio quando sento parlare di sacrificio in suo nome, perché, nel mio caso, è anche uno stile di vita da perpetuare al di là del fatto di essere un atleta, professionista o meno.>>

Hai girato mezzo mondo, eppure mi sembra di capire che sei molto legato alle tue radici trentine…

<<Il discorso Trentino è molto semplice, qui ho tutto ciò che mi serve: non è che ho bisogno del palazzetto gigantesco per la mia attività, o la vita mondana che caratterizza altri posti… La gente a volte non si rende conto, ma qui da noi si sta veramente bene; alla fine se vuoi divertirti ti diverti, se vuoi allenarti bene puoi allenarti più che bene, anzi meglio, e ultimo ma non meno importante, il discorso Trentino per me fa rima con quotidianità, legata alla famiglia e agli affetti più cari; non che fuori si stia male, per carità, ma senza quella quotidianità che stempera tutto ciò che è mondo atletica a livello professionistico, è dura. Perché se è vero che un atleta degno di questo nome è tale 24 ore su 24, è altrettanto vero che non puoi vivere la tua intera esistenza pensando all’atletica. Confesso, io per un periodo ci ho provato ad essere super concentrato su ogni cosa ed attentissimo ad ogni minimo particolare, ma a lungo andare… Implodi. Non sei una macchina, non sei nato per questo, magari un cinese ce la fa, per cultura e per la testa che hanno, io, sinceramente, no.>>

Campioni si nasce, ma…. Bisogna anche volerlo

Quando Giordy viene a sapere che Stefano, mio figlio, assistendo alle gare olimpiche in tv lo scorso agosto se ne uscì con un “Anche io un giorno sarò lì, a nuotare con i più grandi” lusinga il mio orgoglio materno con un “Ma è fantastica questa cosa! L’atteggiamento mentale è fondamentale, e se già lo dice… Guarda che i bambini non sono stupidi, se l’ha detto vuol dire che ci crede e che sente di poterlo fare.”

<<Non sono ipocrita. Il talento, la predisposizione naturale, nello sport è la fetta maggiore, inutile prendersi in giro. Campione un po’ ci nasci. Ma lascia che ti dica una cosa: per raggiungere certi livelli, il talento da solo non basta. Devi volerlo, con tutto te stesso e con tutte le tue forze. Io non ho mai avuto idoli, ma ho avuto degli esempi, uno fra tutti Gilberto Simoni, che mi ha fatto capire quanto conta la volontà, la determinazione e la motivazione nel raggiungere un obiettivo. Non fraintendermi, non è un discorso “Se ce l’ha fatta lui ce la posso fare anche io“, vero ma semplicistico se vogliamo, è qualcosa di leggermente più sottile, più profondo. Una persona “comune”, sicuramente atleticamente dotata, che abita a 400 metri in linea d’aria da casa mia, che, caspita! L’ha voluto, l’ha cercato, l’ha inseguito e lo ha raggiunto il suo obiettivo! Con determinazione. La stessa cosa che ha fatto lui nel ciclismo, l’ho fatta io nell’atletica. Tutto questo per dirti che non è sempre e solo questione di talento: bisogna anche essere predisposti a farsi un po’ di mazzo, insomma, bisogna volerlo, tanto. La volontà a volte fa fare cose sorprendenti, ne sono fermamente convinto. Quante volte mi è capitato di pensare “Ma no dai, questo è impossibile che faccia atletica, eppure…. E’ lì.>> A me lo dici, che ho fatto un triathlon senza essere triathleta e con un nuoto scarso scarso?

La mia giornata, da super stressante, si è trasformata magicamente in una giornata meravigliosa. E’ stata una chiacchierata stupenda ed illuminante: grazie Giordano per la tua disponibilità e trasparenza che mi hanno permesso di mostrare un lato inedito di te, forse sconosciuto ai più, ma non per questo meno bello, anzi. Ho sempre intuito che fossi una persona speciale, e stasera ne ho avuto la conferma. La tua filosofia e i tuoi valori sono più che condivisibili, e spero che anche attraverso questo articolo si diffonda questa bellissima idea di sport, inteso come strumento per migliorare se stessi e la propria vita… Poi, per le Olimpiadi, si vedrà. Tanto ci sei tu che continui a farci sognare, e Tokyo 2020 non è poi così lontana.




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