Un film, una riflessione e un augurio speciale ♥

Ho amato “Lion, la strada verso casa (ne avevo parlato qui) ancora prima della sua uscita ufficiale nelle sale cinematografiche. Tratto da un’incredibile storia vera, il film narra le vicende di Saroo, un bimbo indiano che in età adulta intraprende il suo personalissimo percorso di ricerca delle origini dopo essere stato adottato da una coppia australiana all’età di cinque anni.

Dopo la visione del film, faccia stravolta e occhi gonfi e arrossati: per fortuna lo sapevo e non ho messo il mascara …;-)

Fin dalle scene del trailer ufficiale mi sono identificata profondamente in questa storia: come figlia adottiva, che a sua volta ha intrapreso la sua ricerca, seppur con modi, strumenti ed esiti differenti, non poteva essere altrimenti. Ne sono uscita emotivamente provata, difficile non commuoversi (anche per chi adottato non lo è), ma il film è stato soprattutto il pretesto per elaborare l’ennesima riflessione, condivisibile o meno, su un tema scottante come quello della ricerca delle proprie origini. Origini intese come radici culturali, ma anche come la ricerca spasmodica di quei legami di sangue senza i quali spesso ci si crede persi.

Se mi seguite sulle pagine di questo blog, saprete che, per quanto mi riguarda, la ricerca delle mie radici e di qualche eventuale legame di sangue in Corea non è stato un percorso lineare ed indolore, scontato, o la diretta conseguenza della mia esperienza adottiva: per anni ho vissuto questa mia personalissima esigenza in modo conflittuale, ma fondamentalmente non volevo far soffrire mamma Emma e papà Luigi con quello che, nella mia testa, identificavo come una sorta di tradimento morale, dopo che loro, adottandomi appunto, mi avevano “salvato” da chissà quale misera vita nella mia terra d’origine. Ma come? Dopo avermi donato il loro amore, una famiglia, una casa, la mia seconda occasione, come potevo anche solo immaginare di “ripagarli” con un simile schiaffo?

La ricerca della mamma biologica non è un atto dovuto, tanto meno un riflesso incondizionato ed ovvio dell’adozione, e come ho avuto modo di ribadire più volte, non è nemmeno detto che questo bisogno si manifesti a tutti gli adottati. E’ una scelta personalissima, assolutamente non giudicabile e non priva di difficoltà. Diventando mamma a mia volta, sono uscita come per incanto da quella dimensione esasperata di individualismo, quasi al limite del solipsismo, in cui mi ero crogiolata per mezza vita. Fino ad allora, quel desiderio latente ed inespresso, ma profondamente radicato, mi sembrava molto poco condivisibile, come se fosse una cosa di cui vergognarmi, anche solo il fatto di lasciare che germogliasse nel mio cuore.

Per anni la mia fantasia ha galoppato, a volte distruggendo, molto più spesso idealizzando questa figura materna mancante, alternando, a seconda del mio stato d’animo, l’immagine della donna maledetta, da condannare a priori, con quella della madre salvifica, la Madre Madonna, la santa che mi avrebbe regalato e restituito quel qualcosa senza nome che avevo sempre cercato e in grado di colmare i miei buchi neri.….. Salvo poi rendermi conto, anche a forza di aspettative deluse, che l’artefice del mio cambiamento potevo essere solo e soltanto io. Nessun altro. Inutile incolpare sempre gli altri, le circostanze, il destino: il mio motto per anni è stato “Tutto il mondo e l’intera umanità contro di me“. Ora, ripensandoci, sorrido, ma rabbrividisco se penso che per molto tempo sono stata veramente convinta che ritrovare la mia mamma biologica, significasse rimettere magicamente a posto i tasselli del puzzle incasinatissimo della mia vita. Come se tracciare quella X mancante potesse trasformarmi, finalmente, in una persona in pace con se stessa, e senza quella sensazione di vuoto così difficile da descrivere ma che ogni adottato conosce alla perfezione.

Anche attraverso il mio hellokim virtuale, siete stati testimoni di parte del mio personalissimo percorso di ricerca e (voglio sperare) di evoluzione, fino ad arrivare alla scorsa estate quando, pur non trovando la risposta oggettiva alle mie domande, ho trovato la risposta più importante, quella che conta più di tutto: la consapevolezza di potermi lasciare il passato alle spalle, serenamente e nonostante tutto. Nonostante quel vuoto che non è più incolmabile, grazie alla mia famiglia meravigliosa e, che ci crediate o meno, anche grazie allo sport e alle amicizie più care che ho legate ad esso; un vuoto più piccolo, a volte minuscolo, ma comunque sempre presente, perché sono profondamente convinta che l’abbandono crea cicatrici che rimangono, indelebili. Il corpo, l’anima se non la mente, ricorda tutto. Penso che non sia giusto trasformare l’abbandono di cui noi adottati siamo stati protagonisti nella scusa perfetta per fare del vittimismo legittimato, ad ogni costo e ad oltranza: io l’ho fatto per molto, troppo tempo e me ne vergogno come poche cose nella vita, come mi vergogno e mi pento di aver pronunciato la frase che, ne sono sicura come sono sicura di chiamarmi Kim Nam Soon, ogni singolo adottato ha pronunciato, o perlomeno pensato, almeno una volta nella propria vita: “Cosa ne sapete voi di come mi sento, che tanto non siete i miei veri genitori!” Parole figlie della rabbia e di un rancore nei confronti di chi o che cosa l’ho capito più avanti, dettate dalla scarsa autostima e dall’idea malsana di non essere “degna d’amore” visto che anche colei che mi aveva portato in grembo per nove mesi aveva rinunciato a me.

In questo 2016 che giunge al termine, sono sicuramente una Kim diversa rispetto al passato, ne sono consapevole più che mai. Se vai in profondità, affronti i tuoi mostri, toccando anche il fondo, per forza di cose riemergi che sei un’altra persona.

Io ho intrapreso questo viaggio non più giovanissima, ho dovuto diventare madre a mia volta per capire tante cose: ho dovuto maturare, bilanciarmi parecchio e capire almeno un po’ chi fossi, cosa volessi, e farmi delle spalle larghe così, per accettare idealmente qualunque persona potesse essere la mia mamma biologica; soprattutto senza quella predisposizione, umana ed ovvia, di volersi rispecchiare ad ogni costo in quella figura. Io posso essere, sono me stessa a prescindere da come e da chi fosse colei che mi ha partorito in Corea, santa o prostituta, non ha più importanza, davvero.

So che forse, involontariamente, con questo post scatenerò le reazioni più diverse, ma non posso fare a meno di pensare che alla fine ha perfettamente ragione chi sostiene che l’amore materno, ma anche l’amore in ogni sua espressione, non ha bisogno di essere riconosciuto a livello di sangue, di stereotipi o di DNA per essere legittimato e degno di questo nome.

Mamma Emma, tu ne sei l’esempio lampante; il mio augurio speciale oggi è per te, donna speciale e madre straordinaria di tre figli, ognuno con i primi capitoli della propria vita già scritti: so che non è stato facile, per te non lo è nemmeno adesso che avresti tutto il diritto di godertela questa vita, ma voglio che tu sappia che anche se ci sono momenti in cui sembriamo due pianeti che viaggiano su orbite completamente diverse quando non distanti anni luce, ti voglio un bene dell’anima. E voglio ringraziarti con tutta me stessa per avermi dato l’opportunità di continuare a scrivere la mia storia con il MIO di inchiostro, e di spiccare il volo con le mie ali. Buon anno, buona vita, a tutti, ma a te di più.




Tag:, , , , ,

2 thoughts on “Un film, una riflessione e un augurio speciale ♥

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*