Una storia vera: Yeman Crippa

Ospedaletto, aprile 2012, Trofeo di Pasquetta: correvo da poco meno di un anno e fu in quell’occasione che vidi per la prima volta Yeman, allora poco più di un ragazzino ma già molto promettente. Mi meravigliai del suo cognome italiano su un aspetto “decisamente straniero”, e quando scoprii che anche lui era stato adottato insieme ai suoi fratelli e sorelle da una coppia italiana, scattò immediatamente una simpatia innata; mai avrei immaginato di scriverne sul blog qualche anno dopo.

Trento, gennaio 2017, bar Fiorentina in pieno centro storico: è passato qualche anno, io continuo a correre, tra alti e bassi, Yeman è diventato il campione che tutti conosciamo. La prima cosa che mi colpisce di questo ragazzo che potrebbe essere tranquillamente mio figlio, è la grande disponibilità ed educazione, cosa non così scontata al giorno d’oggi purtroppo, una grande maturità per l’età che ha e soprattutto una enorme consapevolezza di sè e dei propri mezzi ma anche dei propri limiti: Yeman trasmette (sana) ambizione da ogni poro e la leggi chiaramente nei suoi occhi ogni volta che parla del suo futuro.

<<Sono sempre stato un competitivo, un agonista vero, fin da tempi non sospetti. L’ambizione, la famosa fame, ha sempre fatto parte di me: figurati che anche da piccolo, quando avevo sei anni o giù di lì e giocavo a calcio nel prato di casa con mio padre a Montagne, se perdevo mi mettevo a piangere come una fontana, poi mi incavolavo, forse più con me stesso che con lui, e poi non gli parlavo più. Per dirti, anche agli ultimi Europei di cross, a Chia, io sono partito determinato a vincere. Pur essendo un gran risultato ugualmente, considerando che gareggiavo con atleti più grandi in termini anagrafici ed atletici, quel terzo posto mi va stretto. Ma se c’è una cosa che ho imparato da mio padre, che mi ha insegnato tutto, è non adagiarmi mai sugli allori, pormi sempre nuovi obiettivi. Anche perché gli allenamenti, la preparazione, il ripercorrersi mentalmente le varie tappe di avvicinamento, sono i frammenti che rendono questa parte del viaggio quella che preferisco, che culmina nell’ansia e nell’aspettativa tipica delle ore precedenti lo sparo: ecco, quelli sono i momenti che mi danno un’adrenalina pazzesca, quelli per cui vale veramente la pena farsi il mazzo e in cui arrivi a conoscerti profondamente. Hai presente, una sorta di sabato del villaggio, dove speri che il momento della partenza non arrivi mai e allo steso tempo scalpiti perché esso giunga quanto prima. E poi, dopo l’agognato sparo, nel giro di un attimo è tutto finito>>

La scelta dell’atletica
Come molti giovani, il primo grande amore di Yeman è stato il calcio. La vittoria da cadetto nei campionati nazionali di corsa in montagna vinti quasi per gioco e senza allenamento particolare, ha posto Yeman di fronte ad una scelta fra quella che considera tutt’ora una grande passione, e fra un mondo, quello dell’atletica, per molti versi ancora sconosciuto.

<<Non ci crederai, ma fino a tre anni fa, a me l’atletica non è che piacesse così tanto, anzi. Tu non puoi nemmeno immaginare quanto ci ho pensato e quanto ho sofferto per abbandonare il pallone, è stata veramente una scelta difficile, perché, qualsiasi fosse stata la mia decisione finale, ognuna sarebbe stata a modo suo profondamente giusta. Il calcio, che adoravo e adoro, o quell’atletica che non conoscevo ancora bene ma che mi prometteva già delle belle soddisfazioni pur non piacendomi al 100%?>>

Mi piace questo ragazzo: pur essendo giovanissimo e ancora più giovane nel momento della fatidica scelta che gli avrebbe cambiato la vita, dimostra una maturità, una trasparenza ed una coerenza fuori dal comune. Viviamo le nostre vite nella convinzione che le scelte che siamo costretti ad affrontare ogni giorno si riducano, molto semplicisticamente, a dire “SI” a ciò che ci piace e “NO” a ciò che ci piace meno. Andando contro natura, dicendo NO a qualcosa che gli piaceva molto, moltissimo, Yeman è il tipico esempio di come sia necessario, a volte, fare uno sforzo in più ed avere il coraggio di cogliere un’opportunità meno attraente ma più vera, concreta. <<Quando ho deciso di fare atletica “seriamente”, non l’ho fatto perché mi piaceva di più… Vabbè, vincevo ok, e questo conta eccome, quindi piano piano ho cominciato ad avere anche nuovi stimoli…. Ma soprattutto ho capito dove potevo avere un futuro, non ho pensato a dove in quel momento ero più contento. Sembrerà banale e scontato, ma vedere tradotte anche a livello economico le proprie vittorie, beh…. Fa pensare e ti fornisce per forza di cose la risposta a qualsiasi dubbio. Ed ora, guarda dove sono. L’atletica è diventata il mio lavoro, e anche la mia passione, la mia vita>>

Un’ulteriore conferma di quella tesi che condivido appieno, secondo cui è poco corretto quando si parla di far diventare la propria passione un lavoro. E’ più vero il contrario, il tuo lavoro, o il tuo hobby, comincia ad appassionarti nel momento stesso in cui cominci a vedere i primi risultati: tanto per rimanere in ambito sportivo, sono portata a pensare che Novak Djiokovic o Michael Phelps non siano nati con la passione per il tennis ed il nuoto, ma migliorando e diventando molto bravi nelle loro rispettive discipline, hanno finito per innamorarsene sul serio, fino a farle diventare la propria passione oltre che il proprio lavoro. Perché diventando più bravo “nel tuo campo”, raccogliendo consenso e soprattutto risultati, la tua autostima migliora e si innesca quel magico meccanismo che ti porta inevitabilmente ad amare quello che fai.

E a proposito di autostima, quanto conta la consapevolezza di essere un campione, nei confronti di quegli episodi di “razzismo/bullismo” di cui sei stato sicuramente vittima? Gli pongo questa domanda, provocatoria, conscia del fatto che viviamo in una società che per quanto si professi civile, moderna e mentalmente aperta, per molti versi è ancora poco abituata e poco tollerante nei confronti della diversità, in ogni sua forma e manifestazione.

<<Il razzismo è figlio dell’ignoranza, ma devo ammettere che, per fortuna, gli episodi in cui mi sono trovato veramente in difficoltà, sono veramente rarissimi. Certo, sarei un’ipocrita a dirti che essere consapevole di chi sono non costituisca uno strumento validissimo per lasciarmi scivolare addosso qualsiasi offesa o commento negativo: essere un campione, riconosciuto a livello nazionale e non solo, mi fortifica anche a livello personale. Della serie, puoi dirmi qualunque cosa, offendermi con le peggiori parole, non mi tocchi, io sono campione europeo juniores di cross 2014 e 2015, mica da tutti. Anche se, pensandoci, devo dire che sono stato molto fortunato. Fin da piccolo, mi sono sempre integrato benissimo, sia a scuola che in altri contesti. Fra bambini il razzismo è una cosa sconosciuta, e se esiste, non è certo colpa loro ma dell’educazione che ricevono.>>

Sogni, crucci, rimpianti, e….
<<Rimpianti zero, per fortuna finora non ne ho. Ho in compenso un piccolo cruccio: non parlo inglese, ma fra i miei buoni propositi del 2017 c’è quello di impararlo, se non bene, almeno da potermi “arrangiare” nelle interviste senza bisogno dell’interprete. Il mio sogno? Ovviamente le Olimpiadi a Tokyo, presumibilmente sulla distanza dei 5000 metri; più che sogno lo definirei obiettivo, perché per la testa che ho, sono sicuro che ci andrei ponendomi un traguardo importante. Non sono uno che si “accontenta per il solo fatto di esserci”, di partecipare e basta. Desidero dire la mia, sempre, dare il massimo in ogni occasione, lo devo prima di tutto a me stesso, ma anche a tutti quelli che mi seguono e mi vogliono bene. E’ incredibile tutto l’affetto che percepisco intorno a me, il tifo ad ogni gara nei miei confronti è davvero commovente e, oltre a darmi la carica, mi responsabilizza e mi fa sentire in dovere di fare il meglio possibile, di dare tutto e anche di più. Anche se non lo sento come tale, per me è un dovere morale cercare di restituirlo in questo modo, anche nei confronti di tutte quelle persone che credono in me: la mia famiglia, i miei tifosi, i miei amici più cari, tutti legati al mondo dell’atletica (la fatica condivisa accomuna e lega tantissimo, ai raduni si respira un’atmosfera bellissima, di rispetto innanzitutto, e con molti sono legato da amicizia vera), il mio allenatore che considero una specie di zio, uno di famiglia insomma, perché il rapporto umano sta alla base di tutto, prima ancora dell’aspetto puramente tecnico…. E come non nominare il gruppo Fiamme Oro, che mi ha dato fiducia fin dall’inizio?>>

Ci sono mai momenti un cui ti dici “Ma chi me lo fa fare?”

<<E come potrei? Correre è fatica vera, ma allenarmi è il mio lavoro: io, inconsciamente, non lo considero come tale, perché ormai fare sport due ore al mattino e un’ora il pomeriggio è una cosa naturale, come alzarsi il mattino, lavarsi e mangiare… Io sono molto, molto fortunato, e se penso che tanti miei amici si allenano e vanno a correre dopo otto ore di lavoro, al buio, non posso fare a meno di nutrire nei loro confronti tanta ammirazione e sentirmi, a maggior ragione, un privilegiato>>

……Italiano al 100%, quasi. Grazie papà
Il mio personalissimo vissuto di figlia adottiva nata in Corea, adottata e cresciuta in Italia, mi spinge a fare la più classica e scontata delle domande, ma è più forte di me: quanto ti senti italiano, e quanto etiope? Domanda banale, risposta autentica, da grande uomo.
<<L’italia mi ha dato tanto, prima fra tutti la possibilità di crescere con i miei fratelli d’origine, con l’aggiunta di due cugini, fino a formare una nuova, grande famiglia. I miei genitori sono stati un esempio di altruismo, dedizione, amore, nei confronti di tutti noi. Mi sento italiano al 100 per cento, quasi. Mangio italiano, parlo italiano, la mia lingua originaria l’ho persa completamente, ma non ho dimenticato da dove provengo. Italiano si, ed orgoglioso di esserlo, ma anche etiope, ed altrettanto orgoglioso, non solo per la fibra o il motore…. Riderai, ma spesso me ne dimentico, come è successo all’ultima Bo Classic ad esempio: il pensiero “Devo arrivare subito dietro agli africani” diventa un ritornello che si ripete all’infinito, e mi rendo conto solo in un secondo momento che africano… Lo sono pure io, almeno nel dna. Questo ti fa capire quanto il mio “sentirmi italiano” sia una cosa ormai scontata ed interiorizzata totalmente, pur avendo questo legame indissolubile con la mia terra d’origine. >>

Senti di dover qualcosa a qualcuno?

Risponde senza esitare un attimo Yeman. <<Sicuramente mio padre Roberto. Non sarei la persona e l’atleta che sono oggi senza di lui. Per me è stato tutto, e anche di più, sul serio: padre, madre, amico, confidente, tifoso, motivatore, esempio. Ha donato tutto se stesso a me e a tutti noi, essendo sempre presente nelle nostre vite, nei momenti importanti ma soprattutto nella quotidianità, dedicandosi anima e corpo ai nostri bisogni e alle nostre esigenze, “costruendoci” prima di tutto come persone.

Ecco, non so come spiegarlo e forse non ha nemmeno una propria logica, ma mi piacerebbe ripagare almeno in parte mio padre, ed il debito di riconoscenza che ho nei suoi confronti: con qualcosa di bello e concreto che farò nel mio Paese d’origine, un giorno, quando le mie risorse economiche lo permetteranno. Sento che è una cosa che devo fare, qualcosa di oggettivo che possa ripagare idealmente tutto l’amore che lui ci ha riservato e le opportunità che grazie a lui ognuno di noi ha saputo cogliere. Da quella primissima scelta, l’Etiopia, per creare una nuova famiglia, realizzarci un mio progetto futuro sarebbe un po’ chiudere il cerchio, e nel mio intimo so che non potrei fargli un regalo più grande. Ma è il minimo che posso fare, davvero>>

Amico mio, ci credi se ti dico che le tue parole mi commuovono? Sono sicura che il tuo papà è e sarà sempre e comunque orgoglioso di te, e non credo che si arrabbi se affermo che non hai nessun debito nei suoi confronti. L’amore di un genitore è forse l’unica forma di amore assoluto ed incondizionato, che non chiede nulla in cambio, ma ciò che hai appena detto ti fa onore. Se io fossi al posto di tuo padre non potrei fare a meno di sentirmi al settimo cielo e inorgoglita come non mai per aver avuto la possibilità di essere per te e per i tuoi fratelli e sorelle non il miglior genitore in assoluto, ma il migliore possibile per voi, con le mie possibilità, con i miei pregi ma anche con i miei difetti. “Siamo tutti lanciati” ti sei lasciato sfuggire….. Ecco, caro Yeman, con questa frase hai detto tutto: c’è una bellissima metafora sul rapporto tra genitori e figli ne “Il profeta” di Kahlil Gibran, che recita “Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti. L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.”
Eccolo lo scopo primario di un genitore! Come l’arciere si preoccupa affinché la freccia che tanto ama possa arrivare con forza e velocità il più lontano possibile, allo stesso modo un padre e una madre dovrebbero accompagnare i propri figli fornendogli tutto quel bagaglio fatto di amore, conoscenza ed esperienza, necessario perché possano un giorno affrontare nel migliore dei modi quell’avventura meravigliosa chiamata vita.

Da mamma e genitore a mia volta, ma anche da figlia, adottiva o meno non fa davvero nessuna differenza (e se la fa si riduce ad una mera questione burocratica), non posso che trarre un insegnamento importante da questa chiacchierata a cuore aperto. Grazie Yeman per la tua disponibilità, ma soprattutto per essere la persona incredibilmente trasparente e limpida che sei, di quel limpido che appartiene solo alle persone più vere. Credi sempre nei tuoi sogni, ma soprattutto in te stesso e nella tua forza interiore e vedrai che il futuro sarà nelle tue mani, ne sono sicura. Buona vita Yeman, non so perché, ma sento di volerti un gran bene.




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