Adottata e felice

Ho deciso di scrivere questo post dopo la recente, tragica vicenda del sedicenne suicida di Lavagna. Tendenzialmente evito di esprimermi pubblicamente riguardo a vicende di questo genere, e non è certo mia intenzione giudicare nulla e nessuno in quella che, a mio avviso è una vera e propria tragedia umana. Giovanni era un figlio adottivo.

Non voglio essere la portavoce dei figli adottivi, lo ripeto e lo ribadisco spesso: nel quotidiano e sulle pagine di questo blog, quando mi va, riporto la mia personalissima esperienza, che seppur non condivisibile da tutti, ritengo per lo meno significativa.

Non lo nascondo: quella di noi adottati è una “categoria particolare, che va trattata con cura perché spesso si rivela fragile”, ma questo non vuol dire che saremo degli sfigati o dei paranoici con disturbi della personalità a vita. Siamo tutti diversi e unici, figli adottivi e non, e spiace constatare come questa diversità che ognuno potrebbe utilizzare a “proprio favore” per essere ancora più unico e distinguersi dalla massa, venga spesso identificata come motivo di vergogna o essere vissuto come tale dalle reazioni delle persone. Nove volte su dieci, quando la gente viene a sapere che sono stata adottata, reagisce con espressioni di pietismo (oh, mi dispiace, deve essere dura per te), misto a qualcosa a metà tra empatia ed ammirazione nel trovarsi di fronte una donna solare e sicura di sé. Ho come la sensazione che invece si aspettino una donna piena di problemi irrisolti. I problemi esistenziali li ho avuti, certo, come tutti o tanti credo, e quel famoso vuoto dato dall’abbandono di cui tutti parlano, esiste.

Spesso mi domando se la mia adolescenza/giovinezza sarebbe stata meno difficile se fossi stata una figlia “tradizionale”…… Chi può dirlo? E non ha nemmeno senso domandarselo. Conta solo il presente, la persona che sono diventata grazie al contesto in cui sono cresciuta, a mamma e papà che mi hanno amata che di più non si poteva (perché ricordiamoci sempre che l’adozione è prima di tutto il diritto di un bambino di avere due genitori ed una famiglia), alle persone importanti che ho incontrato lungo il mio cammino.

Da ragazzina ho fumato tantissimo, sono arrivata a casa ubriaca fradicia più di una volta, e si, mi sono anche “buttata via” in più di un’occasione, desiderosa di compiacere chiunque dimostrasse nei miei confronti un briciolo d’affetto o qualcosa di simile. Sarebbe stato uguale se non fossi stata adottata? L’adolescenza è un periodo tremendo, PER TUTTI. Troppo spesso siamo vittime di luoghi comuni e pregiudizi, convinti che fare di tutta l’erba un fascio ci risparmi dalla fatica di mettere in campo quella volontà e curiosità necessarie per andare oltre l’apparenza e quelle credenze ritenute universalmente valide perché condivise dai più.

  • Gli orientali sono tutti stacanovisti ed hanno un’etica morale altissima.
  • Gli albanesi/rumeni/ecc. ecc. sono tutti mezzi delinquenti.
  • Nel nord Italia si lavora, al sud …insomma.
  • Gli adottati sono tutti problematici e quelli che riescono a costruire rapporti duraturi sono solo un’eccezione.
  • Con quel fisico lì sarai una bestia a nuotare. 

E mi fermo qui ma si potrebbe continuare all’infinito.

Conosco koreani che di moralmente etico hanno poco o nulla, nel corso degli anni ho avuto modo di conoscere ed apprezzare una moltitudine di famiglie albanesi/rumene/ecc. ecc., ho lavorato con trentini fannulloni e con pugliesi, napoletani e siciliani che si sono fatti un mazzo così…. Si, ho un “fisicaccio” (non lo dico io eh) che sembra fatto apposta per nuotare, ma vi confesso che la carrozzeria da Ferrari nasconde il motore di una Cinquecento e si, sono figlia adottiva, e, a dispetto di tutti i luoghi comuni, sono riuscita a farmi una famiglia, ho due figli meravigliosi e un marito fantastico che mi ama. Oserei dire che sono felice. Strano?

No comment…..

E vogliamo parlare dei genitori adottivi? Se è vero che il sangue non è acqua, è anche vero che quello stesso sangue non è sempre ed automaticamente amore, perciò inorridisco di fronte a coloro che tendono a fare delle nette distinzioni tra genitori biologici ed adottivi. Mi porterò sempre dietro il ricordo vividissimo di una parente che, di fronte ai miei atteggiamenti ribelli fatti di muri di silenzio e musi lunghi da qui a lì alla notizia dell’imminente viaggio di ritorno alle origini in Korea (era il 1985, avevo 13 anni e della Korea non me ne poteva fregare di meno, tranne quei momenti in cui, disperatamente, pensavo di andarci a vivere per fare dispetto ai miei) se ne uscì con: “Eh…! Se fosse mia figlia, uno schiaffo se lo sarebbe già preso….. Ma del resto, quando i figli non li partorisci, non li consideri tuoi fino in fondo e ti fai sempre un sacco di problemi!”

GGGGGRRRRRRRRRR!!!!! AAARRRGGGGHHHH!!!

Alla fine, forse per dimostrare a quella zia che aveva torto marcio, quel viaggio fu l’unica occasione in cui mia madre mi schiaffeggiò, in pieno centro a Seoul: per usare un gergo tennistico, lo fece con un bel diritto in top spin, seguì un fantastico rovescio in back spin degno del miglior Federer, e concluse con un bello smash finale sul  mio coppino mentre me la davo a gambe. Per anni, quegli sberloni sono stati l’unico ricordo di quel viaggio: la sensazione delle cinque dita sulla faccia la rivivo anche ora che ne scrivo, e mi chiedo spesso se il rigetto che ho provato per anni nei confronti del mio Paese d’origine sia legato anche a questo episodio.

Vi racconto questo perché so che mi seguite in moltissimi e magari la mia personale esperienza unita al fatto che qualcuno ci si possa riconoscere ed identificare può confortarlo e farlo sentire “meno solo”. Chi mi conosce lo sa: per essere la persona che molti definiscono solare, accattivante e positiva, un ruolo fondamentale oltre al Mene lo ha giocato lo sport, e la corsa in particolare. Correre mi ha posto di fronte alla vera me stessa, senza possibilità di fuga, e mi ha aiutata ad accettarmi per quella che sono, finalmente. Lo sport mi insegna ad autodisciplinarmi e a mettermi in gioco, senza timore e senza aspettative: poco importa che sia correndo, nuotando o facendo circuit training in palestra.

Concludo con la speranza che ognuno di noi, me compresa, prenda coscienza che prima di attraversare un fiume e giudicare senza cognizione di causa, fermandosi all’apparenza e facendosi condizionare dai luoghi comuni, bisogna verificare di essere in grado di galleggiare e nuotare fino all’altra sponda, bagnandosi i piedi e sporcandosi le mani in prima persona. Anche quando costa fatica. Soprattutto perché costa fatica, intellettiva e dell’anima, più che fisica. Quella che ti stende per intenderci. Ma che in cambio ti dà molto. Lo sport mi sta insegnando anche questo. Regalandomi sempre un pizzico di felicità. Buono sport a tutti!




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