Ooooops! I did it again (l’ho fatto di nuovo!)

Non me ne voglia Britney Spears, ma il titolo della sua hit mi sembrava perfetto per introdurvi al mio nuovo post.

Ieri ho partecipato ad una gara master di nuoto, la mia seconda esperienza in questa disciplina che, lo ammetto, comincia finalmente ad appassionarmi, anche se ieri la mia “prestazione” ha lasciato molto (moltissimo?) a desiderare. Non fraintendetemi. Sapete già che ho scoperto lo sport tardi, ormai in età adulta, e credo che imparare a nuotare a 40 anni suonati sia molto diverso che farlo a cinque, sei o sette come ha fatto mio figlio Stefano, e parlare di prestazione è senza dubbio fuori luogo, almeno per quanto mi riguarda.

E allora, perché l’ho fatto?

Perché adoro mettermi alla prova e pormi nuove sfide, anche in contesti poco familiari come quello di ieri. Questo però lo scrivo ora, il giorno dopo, quando quel pizzico di delusione e quella vaga sensazione di disagio sono ormai state stemperate dagli affetti più cari, da una notte di sonno profondo e da qualche riflessione che mi piacerebbe condividere con voi.

In tanti mi dicono che ho un gran coraggio a fare questo tipo di scelte, a buttarmi nonostante non “padroneggi la materia”: in effetti le mie virate (quando mi vengono) lasciano ancora molto a desiderare, per non parlare delle partenze dai blocchi e della mia tecnica.

Serve dirlo? Tutta la scorsa settimana ho reso la vita impossibile a marito, figli, amici ed istruttori: e chi me lo ha fatto fare, ma ‘ndo vago (dialett trentin), farò una figura meschina, spancerò, non virerò, affogherò.

Bene, ho fatto tutto questo: delle cinque virate previste ne ho fatta una, e quell’unica mi è anche venuta male; peccato fosse la prima, perché mi sono scoraggiata e tutte quelle dopo ho rinunciato a farle senza nemmeno provarci (mi biasimo più per questo che per tutto il resto).

Ovviamente ho spanciato. Due su tre, non male come media: mio figlio Stefano, che è stato un grande dedicandomi una domenica pomeriggio a mostrarmi le sue virate in slow-motion e portandomi bruscamente ed innocentemente alla realtà chiedendomi: “Mamma, proprio sicura di gareggiare domenica prossima?” (amo mio figlio), è stato quello che alla fine mi ha dato il consiglio migliore per i tuffi: “Mamma, per non alzare la testa quando ti lanci (sennò spanci), tieni il mento incollato al petto, e per farlo, immagina di trattenerci una banconota da 500 euro, magari l’ultima che hai perché il tuo conto corrente è in rosso.” Molto bene: credo che i bagnini stiano ancora setacciando il fondo vasca in cerca di quella banconota, e la pelle sul mio viso, sulla pancia e sulle cosce è stata arrossata così a lungo che più di una persona mi ha chiesto dove fossi andata a prendere il sole.

Non sono affogata ma non perché non ci abbia provato: ce l’ho messa veramente tutta per movimentare un po’ la giornata degli addetti a bordo vasca, ma poi, assalita dai rimorsi, ho deciso di graziarli evitandogli una scocciatura in più; e poi dai, è stata anche una questione di amor proprio: credo fossi già il loro idolo per via della banconota da 500 e del loro buonumore scatenato dalla mia nuotata, dai miei tuffi e dalle mie virate pazzesche… Con quale coraggio avrei potuto far cadere loro un mito costringendoli a tirarmi fuori dall’acqua? Comunque, sappiate che alla terza vasca dei miei cento metri, consumata dall’ansia, dalla frenesia e dalla vergogna ancora prima del via, non ne avevo più: ho annaspato, bevuto, credo anche di aver tossito sott’acqua e fatto un sacco di bolle degne della miglior vasca idromassaggio. Però, non so come, sono arrivata in fondo. E il sorriso sincero, lo sguardo complice e forse anche un po’ divertito ma privo di qualsiasi pietismo del cronometrista in corsia uno, hanno avuto un ruolo determinante per scacciare l’irrefrenabile desiderio di farmi inghiottire dall’acqua e nascondermi per un po’ agli occhi del mondo intero. Chiunque tu sia, grazie di cuore.

Mentirei se dicessi che ieri mi sono divertita, perché mi sono letteralmente bruciata dall’ansia, e spero che la prossima volta vada meglio (già, credete forse che demorda? MAI): vi assicuro che d’ora in avanti guarderò le gare di nuoto in tv (ma anche quelle di mio figlio) con occhi diversi, sapendo cosa si prova su quelle sedie e su quei blocchi prima del via.

E poi vabbè. Non ci professiamo campioni, ci ostiniamo a sostenere che facciamo sport perché è la nostra grande passione, perché è bello, perché ci rende persone migliori, che l’importante è divertirsi e fare esperienza. Tutto vero, ma credo anche che siamo tutti un po’ agonisti, e tutti un po’ condizionati dall’opinione generale, e a nessuno piace collezionare figuracce.

E allora ripenso spesso alle parole di mio padre, che amava ripetermi che con l’approvazione e la simpatia altrui non ci pago le bollette e la rata del mutuo, penso al Mene che non ha pudore di niente e di nessuno e un po’ lo invidio, penso ai miei figli che pendono ancora dalle mie labbra e realizzo quanto sia importante fornire loro un “esempio di mamma” positivo e coerente, ma soprattutto realizzo che dovrei vergognarmi per cose ben più gravi che per una spanciata nella corsia di una piscina, una virata mal riuscita o per un crono scadente. Avendo a che fare ogni giorno con la diversità e la disabilità, penso banalmente (ma è tutt’altro che banale) a quanti vorrebbero essere al mio posto per condividere tutto questo, e a maggior ragione, quanti avrebbero voluto essere al mio posto ieri, per avere la possibilità di sentire il cuore battere all’impazzata, le orecchie ronzare, i muscoli gridare, i polmoni scoppiare! Sono fortunata, sono…. VIVA.

Buono sport a tutti!

Nota: ringrazio di cuore i miei splendidi compagni d’avventura, Roberto, Giorgio, Laura, Orietta, Sabina e tutti gli altri per il supporto, le “coccole” e la goliardia. Alla prossima!




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