La straordinaria “normalità” di Catherine Bertone

Lo sapete perché la corsa è il mio grande amore? Si, per tutte quelle cose lì, ma anche perché mi ha permesso di conoscere bellissima gente, grandi persone prima che grandi atleti. Una di queste è sicuramente Catherine Bertone. Ve la ricordate? Lei è la mamma pediatra che lo scorso agosto corse la maratona olimpica a Rio de Janeiro, rappresentando l’Italia insieme a Valeria Straneo ed Anna Incerti.

Incrociai Catherine quasi per caso alla maratona di Reggio Emilia nel dicembre del 2015, a cui avevamo partecipato entrambe: lei vinse, sigillando il nuovo record femminile del percorso, io tagliai il traguardo dopo oltre 4 ore, praticamente strisciando. Subito mi diede l’idea della donna pratica, schietta e gentile: un’atleta con la A maiuscola ma anche molto, molto alla mano. Mai avrei pensato di fare una chiacchierata come tra vecchie amiche dopo quel primo incontro e soprattutto ad un anno di distanza da quel sogno, per lei diventato realtà, chiamato Olimpiade. Il 14 agosto scorso ero incollata alla tv per vederla correre, a tifare per lei e per l’incarnazione di quella favola in cui tutti noi, popolo dei maratoneti amatoriali, ci siamo più o meno identificati: l’esempio concreto di come, con passione, sacrificio e talento (eh si, ci vuole anche quello), si possano ottenere grandissimi risultati pur non “facendo il lavoro” dell’atleta professionista. Quel giorno Catherine è diventata definitivamente uno dei miei idoli sportivi (e dopo averla conosciuta un po’ più a fondo lo è diventata anche a livello umano): insieme a tutta l’Italia che corre l’ho vista esultare saltellando e ballando la samba dopo il traguardo, con i pantaloncini e la canotta della Nazionale larghi, comodi e pratici; con quel sorriso un po’ così, imperfetto come il mio, ma capace di trasmettere quello che ancora oggi, dopo un anno, fatica a descrivere.

Catherine ha sempre corso. Fin da quando era bambina la corsa è stata l’elemento che la completava.Correvo praticamente sempre, ogni scusa era buona per correre a perdifiato, perfino rincorrere un pallone da calcio. In Brasile, dove ho trascorso i primi anni della mia infanzia e dove il calcio è quasi religione, rincorrevo il pallone su questi campi di sabbia per ore… Ed era bellissimo. Chi l’avrebbe detto che ci sarei tornata da adulta per correre la maratona olimpica? Un segno del destino, se pensi che proprio il Brasile mi ha dato anche quell’imprinting che mi ha fatto scegliere medicina come percorso di studi universitari. Come ho sempre saputo di voler correre, nonostante una parentesi di tre anni di ginnastica artistica in cui ero proprio negata, ho sempre saputo di volere fare il medico; il mio intento iniziale infatti, era quello di tornare in quei Paesi in via di sviluppo dove ho respirato la libertà più bella ma dove ho anche visto quanto bisogno ci fosse. Poi la vita a volte va per conto suo, con i suoi flussi e le sue correnti che ti portano via, e io mi sono ritrovata a Parigi a fare la tesi sull’HIV pediatrico innamorandomi del mondo della medicina infantile.

Nutro tanta ammirazione per questa donna forte, concreta e consapevole. E semplice. Di quella semplicità disarmante che mi induce a chiedermi più di una volta nel corso della nostra chiacchierata se io stia parlando sul serio con una donna che a 44 anni, mamma, moglie, medico, ha corso alle Olimpiadi la gara regina dell’atletica. Posso dirlo? C’è gente che se la tira per molto, moltissimo meno. Seppur a livello amatoriale, sono maratoneta anche io (e lo dico sempre con un certo orgoglio): più o meno so cosa significa prepararsi per la distanza dei 42 km avendo figli, un marito, un lavoro. Non oso immaginare tutti i risvolti nel preparare quella olimpica per una donna che di professione fa il medico pediatra in ospedale, con turni di notte, annessi e connessi, anche se in una realtà piccola e a misura d’uomo come quella di Aosta; considerando poi che per la convocazione, a mio avviso, Catherine ha dovuto dimostrare qualcosina in più del necessario.

“Guarda, so che può sembrare banale-dice-ma il segreto non è una formula magica, ma una parola sola: organizzazione. Io ho la grande fortuna di avere un marito che mi sostiene in tutto e che ha vestito spesso anche le vesti di mamma per le nostre due figlie quando ce n’era bisogno. L’anno scorso, dopo Rio, ero comprensibilmente stanca, ma, se possibile, mio marito lo era ancora di più. Anche Gabriele è uno sportivo, ci siamo conosciuti proprio grazie alla corsa e il suo allenatore è poi diventato anche il mio. Avere accanto una persona che sa sulla propria pelle cosa significhi essere atleta, è già un ottimo punto di partenza, perché non ti farà mai alcun tipo di pressione o sentire in colpa; la passione condivisa conta parecchio, proprio per la serenità mentale con cui puoi affrontare ogni singolo allenamento. E poi, sai che c’è? Facciamo sport tutti e quattro, io, Gabriele, le nostre figlie, perciò ogni allenamento, per ognuno di noi, è incastonato per forza di cose nell’organizzazione familiare. Massima collaborazione da parte di tutti, nonni compresi, e le cose si fanno. Certo, ogni domenica sera io e mio marito ci mettiamo li, carta e penna alla mano, a pianificare la settimana in base ai turni, guardie, impegni: cosa fare in quale giorno, allenamenti, ma non solo, cercando di essere il più precisi possibile. Il prezzo di tutto questo? Spesso lo stendino diventa il nostro armadio, ma chi se ne frega, non casca il mondo. La vita sociale è ridotta al minimo, ma non mi pesa, la mia è una scelta: pensa che in ospedale lo sanno, e se devono organizzare una cena di reparto, lo fanno quando io sono di turno…” Scoppiamo a ridere entrambe, perché è uno di quei momenti i cui ti rendi conto di parlare la stessa lingua.

Continua a raccontarsi Catherine: “Le amicizie più belle e profonde sono legate al mondo della corsa. Basta pensare a Francesca (Iachemet, il post dedicato a lei lo trovate qui), conosciuta nel 2014 ai mondiali di corsa in montagna in Colorado, ritrovata poi a Zermatt l’anno successivo e in qualche altra occasione. Un’amicizia profonda, pur vedendosi quelle due/tre volte all’anno per un paio di giorni e nulla più. Vivere insieme certe esperienze forti, prima fra tutte la fatica condivisa, crea quei legami importanti in grado di dare un senso in più alla propria vita. Con qualcuna è esistita anche una spiccata rivalità agonistica: forte vedere come con alcune l’amicizia finisse appena prima della linea di partenza e ricominciasse subito dopo l’arrivo….. “Nessuna pietà in gara” , a volte ci si massacrava davvero, una volta vinceva una, quella dopo l’altra, ma sempre nel massimo rispetto, ridendoci anche su; la gente rimaneva sconvolta dal fatto che poi si andava a mangiare il gelato o bere una birra insieme. Ancora oggi, quando ci si ritrova a qualche garetta, è bellissimo rispolverare e rivivere quei momenti per l’ennesima volta (Ti ricordi di quella volta che ti ho superata proprio in quella curva? E di quella volta che ti ho “fregato” a pochi metri dall’arrivo?): alla fine, anche grazie a queste piccole grandi cose, sono amicizie che rimangono molto meno superficiali anche se non ci si vede tanto. Ma sai che ci sono, ed è importante.”

Non posso fare a meno di chiedere a Catherine come si vede fra una decina d’anni, se c’è mai stato un “conflitto condito dal rimpianto” per la scelta di essere medico prima che atleta, e soprattutto cosa ha significato per lei l’Olimpiade di Rio.

“Fra dieci anni? Bella domanda! L’unica cosa che posso dirti con certezza è che non sarò in pensione, quindi starò ancora esercitando la mia professione di medico. Non mi vedo senza correre, forse tornerò alla corsa in montagna, chi lo sa… Ecco, magari con le figlie più grandi, si potrà unire ancora di più l’utile al dilettevole: con la scusa di una gara un po’ più lontana, unirci anche qualche giorno di vacanza tutti insieme, perché no? Ho vivissimo il ricordo dei mondiali di corsa in montagna di Zermatt, dove c’era anche la mia famiglia: è stato meraviglioso condividere un’esperienza unica con gli affetti più cari.... Della serie, se c’è un paradiso deve essere per forza così, correrò sempre.”

Le Olimpiadi? Mio marito ci credeva più di me, a me sembrava un plagio anche solo pronunciarne il nome sottovoce, con timore reverenziale, quasi fosse una parola proibita. E’ passato un anno, e ancora stento a rendermene conto, è come se fosse successo a qualcun altro. Il periodo di avvicinamento è stato tosto ma bellissimo: quel piccolo lumicino di speranza a cinque cerchi, dal valore immenso per qualsiasi atleta, è come se mi facesse affrontare gli allenamenti con una marcia in più, godendo della fatica e dell’esaltazione di sentire le gambe cariche anche dopo 30 km.”

Come ti capisco Catherine, e insieme a me l’intero popolo dei maratoneti, ne sono convinta.

“La maratona di Rotterdam, vissuta come in una bolla e tappa fondamentale del mio percorso olimpico, è stata parte integrante di questo viaggio meraviglioso: quarta assoluta dopo le keniane, personal best, mio e anche di Francesca, il tifo speciale di un vecchio compagno di scuola venuto apposta con la famiglia per supportare quella compagna un po’ stramba che corre da sempre… Ricordo di essere scoppiata in lacrime subito dopo il traguardo: lacrime di fatica, di gioia indescrivibile frutto di tanti sacrifici, e… Il sogno olimpico sempre meno proibito.”

Si prende una piccola pausa Catherine, quasi a voler riassaporare ancora una volta momenti che rimarranno indelebili nel suo cuore, e, senza che io possa farci nulla, mi viene la pelle d’oca e un piccolo nodo comincia a farsi strada nella mia gola.

“Rotterdam mi ha dato una soddisfazione enorme, perché sono riuscita a centrare l’obiettivo siglando un crono da professionista, senza esserlo. Per scelta. Spesso mi chiedono se abbia dei rimpianti riguardo alla possibile carriera sportiva che avrei potuto avere se mi fossi dedicata totalmente a quella. Bene, quella maratona e la successiva convocazione per Rio, sono state un’ulteriore conferma di aver fatto la scelta più giusta. Essere medico, oltre ad una vocazione, è la mia garanzia di un futuro saldo e solido; essere medico mi tiene con i piedi ben saldi a terra, mi aiuta a dare il giusto peso alle cose, ridimensionando la scala dei valori in modo assoluto, esaltando quelli che nella vita contano davvero. Una gara andata male? Andrà meglio la prossima volta, non ci faccio una malattia. Quella di Rio è stata e rimarrà sempre una maratona leggendaria: il sogno realizzato di tutta la mia famiglia, del mio allenatore, che è riuscito a tirare fuori il meglio di me calibrando ogni singolo allenamento ottenendone il massimo beneficio possibile, e un bellissimo riscatto personale. E’ stato anche il modo migliore per fugare qualsiasi dubbio dalla testa di mamma e papà che si sono sempre chiesti se sia stato giusto o meno non lasciarmi diventare una professionista dell’atletica, privilegiando la sicurezza di un lavoro che mi garantisse un futuro: sono riuscita in entrambe le cose, nello sport addirittura con la massima espressione possibile. Quello di Rio rimarrà sempre un capitolo indimenticabile della mia vita, difficile da descrivere a parole… Un’esperienza straordinaria che fa quasi parte di un’altra dimensione, un livello totalmente differente, al punto che non so nemmeno se riuscirò mai a farla completamente mia: ripeto, ogni tanto mi sembra sia capitato a qualcun altro, me la racconto, e ancora non mi capacito…. Ma la mia Olimpiade me la tengo stretta, gelosamente, per i momenti difficili che capitano nella vita di ognuno.

Lascio finalmente libero un respiro trattenuto a lungo, e un po’ mi commuovo; poco male, amo le belle storie e i loro protagonisti. Subito il mio pensiero va a qualche settimana fa, quando con Catherine e la sua famiglia abbiamo condiviso poco più di qualche ora: niente in tutto, ma sufficiente per capire quanta straordinarietà si celi dietro al suo essere NORMALE. Mi saluta ringraziandomi di essermi iscritta alla maratona di Reggio quel famoso dicembre 2015, perché altrimenti, forse, non ci saremmo mai conosciute (!!!???!?).

E pensare che quella è una delle gare che ricordo più malvolentieri… Ma allora forse è vero che non tutto il male viene per nuocere…. Si, direi proprio che è così.

Buone corse Catherine, in bocca al lupo per tutto e grazie per averci insegnato e dimostrato quanto la normalità, a volte, possa essere straordinaria.




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