Papà e Mister Farfallone

Il giorno del mio compleanno di dieci anni fa persi mio padre, dopo un periodo in cui la malattia che lo stava inesorabilmente consumando “me lo aveva restituito” nella sua versione migliore: finalmente umano, finalmente di una dolcezza infinita, con me, ma soprattutto con i miei bambini. E’ sempre stato duro mio padre, con noi figli: io lo temevo, ho sempre avuto nei suoi confronti quella paura mista a rispetto data dall’autorità che emanava anche senza proferire parola. Bastava uno sguardo per zittirci tutti, persino mio fratello, problematico come pochi; guai a lasciarsi sfuggire una parolaccia, e se per disgrazia si osava anche solo accennare il gesto di alzare gli occhi al cielo…. Apriti universo, le sue sfuriate rimangono leggendarie! Ma non ha mai alzato un dito su di noi, a parte quella volta in cui scoprì che avevo falsificato tutte le sue firme sul libretto delle assenze per quasi sei mesi di marina da scuola (ad intermittenza però ;-)).

Per mio padre l’onore e il rispetto erano tutto: per dire, lo smalto sulle unghie gli dava un fastidio bestiale, se poi era rosso, equivaleva elevarmi automaticamente al grado di “malafemmina“. Ricordo perfettamente un episodio che può farvi capire quanto fossi condizionata dalla sua autorità, anche da adulta: ero diventata mamma da poco, ero al settimo cielo ma anche “trascurata e sfatta psicologicamente oltre che fisicamente”…. Avete presente, no? Quei momenti in cui ti chiedi se il tuo corpo tornerà mai come prima o se sarai destinata a tenerti la pancia “modello plaid con risvolto per tutta la vita. Scherzi a parte, per tirarmi un po’ su, e avere almeno l’illusione di poter essere contemporaneamente mamma alle prime armi e femminile, mi dipinsi le unghie (e cuticole e pellicine) di un bel rosso ciliegia. Mio marito scherzando ama ripetere: “Vedevi arrivare prima le unghie, poi la carrozzina ed infine tu, col tuo viso luna piena e bellissima”. Papà mi vide, vide le unghie, le guardò e non disse nulla, ma i suoi occhi parlarono per lui. Ci credereste? Io, 30enne suonata, adulta e madre, cosa feci una volta tornata a casa? Avete già indovinato: acetone, batuffolo di cotone e via a cancellare quel rosso peccaminoso!

Era cinico papà Gigi, duro al limite del rabbioso, e quando gli partiva l’embolo c’era da avere paura sul serio. Ma è stata anche l’unica persona in grado di spiegarmi in un modo meraviglioso come cavolo avessi fatto a ritrovarmi catapultata a Bolzano, Italia, dalla lontana Korea nel giro di 24 ore di viaggio intercontinentale. Non ci ero arrivata su un aereo, ma grazie a Mister Farfallone; in parole povere mi ha “spiegato l’adozione a misura di bambino”, e l’ha fatto inventandosi quella che per me rimane la favola più bella del mondo.

Guardando queste immagini rivivo puntualmente quelle sere in cui sfinivo papà a forza di chiedergli “Papi, raccontami la storia del farfallone, ti prego ti prego ti pregoooo“. E lui, con pazienza infinita e una dolcezza che gli trasfigurava persino i lineamenti oltre che la voce, tesseva ogni volta le trame magiche della storia del mio arrivo, ancora, ancora e ancora: chiudo gli occhi e mi vedo accoccolata sulle sue gambe, il volume della tele al minimo, il soggiorno in penombra a ricreare l’atmosfera magica delle domande non formulate perché le risposte, LA risposta, era quella più giusta per una bimba di 4 anni dall’animo ferito…. Posso ancora sentire la sua mano ruvida accogliere la mia guancia, e quella mano enorme mi sembrava la mano più morbida del mondo, da non volermene staccare mai più, era come il guscio per l’uovo sodo: perfetta. E che male (non solo fisico) mi fece sentire quella stessa mano schiaffeggiarmi con forza un decennio dopo! Chiudo gli occhi e sento ancora la sensazione bellissima della sua pelle ruvida di barba vecchia un giorno contro le mie labbra al momento della buona notte, e il suo odore indefinibile fatto di briciole di dopobarba misto a tabacco e velluto polveroso della “nostra” vecchia, comoda poltrona me lo porterò nella tomba. Insieme all’odore di Seoul.

Appena arrivata dalla Korea

“Mister Farfallone”, riveduta e corretta (io al posto di papà/nonno Gigi), è diventata in seguito anche la fiaba prediletta di Alberto prima e di Stefano poi: amo pensare che possa rappresentare una sorta di filo conduttore che lega varie generazioni attraverso un atto d’amore che non conosce la differenza tra legame di sangue o meno, tra genitori/figli biologici e genitori/figli adottivi, tra “veri” mamma e papà e mamma e papà E BASTA, dove il legame più forte, quello che conta davvero, è quello dell’amore incondizionato di un genitore nei confronti dei propri figli. Punto. Mio padre di sicuro non ha inventato l’acqua calda con questa fiaba…. In fondo potrebbe essere l’ennesima versione della storia della cicogna, piuttosto che del cavolo. Però…. Però la amo. Punto e a capo.

Sono giorni che ho questo post nella pancia: sarà che papà non ha mai avuto dubbi sul fatto che nonostante volessi scoprire qualcosa di più sulle mie origini avrei sempre considerato “noi come nucleo famigliare originale, se non originario“.

Sarà che sto correndo tanto per preparare una maratona e nei momenti di sofferenza e fatica è incredibile come la mia testa dis-funzioni in base allo stato d’animo del momento. O richiama alla memoria momenti di sofferenza ancora maggiore, in modo che quella che sto vivendo mi sembri più sopportabile, oppure va a cercarsi quelle cose in grado di alleviarla, e, fra le tante, questa di Mister Farfallone è una delle più ricorrenti.

Sarà che papà aveva fatto in tempo a veder nascere questa mia insana passione per la corsa e mi ha sempre sostenuta ed incoraggiata, anche quando gli facevo notare che in quanto a motore e fisico eravamo messi piuttosto male: piccola e tarchiata, baricentro tutto tranne che svettante, un piombino di 160 cm per 60 kg, praticamente un cubo, anzi, un cubetto… Ma anche grazie a lui ho imparato a fregarmene e a mettermi in gioco, nella vita e nello sport, continuamente ed indipendentemente da ciò che “può pensare la gente”: l’eredità più bella che mi ha lasciato, sicuramente.

Sarà che in questa estate torrida, complici i tantissimi temporali con i tuoni che hanno fatto tremare i vetri delle finestre in più di un’occasione, sono salita sulla macchina del tempo un sacco di volte e mio padre mi pareva di averlo lì, davanti a me, sprofondato in poltrona con me bambina accoccolata sulle sue ginocchia e con la faccia nascosta nel suo petto, terrorizzata dal temporale: “Era una notte buia e tempestosa, diluviava, tuoni, lampi, fulmini e il vento ululava contro le finestre…. Era una notte come questa, e io ero davanti alla TV, perso nei miei pensieri….

Forse prima mi sbagliavo, forse è questa l’eredità più bella che mi ha lasciato. Ciao papi, mi manchi sempre da morire, ma ti porto con me ovunque.




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