Pronti, (RI)partenza, VIA!

Questi ultimi mesi sono stati un giro sulle montagne russe, a livello fisico, mentale, emotivo. Ho corso la maratona di Venezia: benino, ma non bene e “doveva” essere un benissimo. Vi prego di non ridere, ma stanotte mentre ero sul divano dopo una lunga, impegnativa e bellissima giornata, a contemplare la mia caviglia destra, gonfia come una guancia dopo l’estrazione del dente del giudizio, ed indecisa se fare l’ennesimo impacco col ghiaccio all’una di notte o andare finalmente a dormire, facevo questa considerazione: “Sta a vedere che questo è un segno! Il mio corpo si sta ribellando (mi sono storta mercoledì, atterrando malamente dopo essere inciampata in una radice nei boschi di casa, argghhhh) e mi sta dicendo: sei esausta, fermati. Rifiata. Giusto un attimo“.

Bisogna sempre ascoltarlo il proprio corpo.

Perché se c’è una cosa che ho imparato è che se è vero che chi si ferma è perduto, è altrettanto vero che a volte prendersi una pausa è necessario, nonostante la “dipendenza da adrenalina ed endorfine”: partecipando al concorso per provare a vincere la possibilità di correre la maratona di New York ho finalizzato la migliore preparazione di sempre, ripartendo praticamente da zero. Ancora una volta. Andando spesso oltre la stanchezza, oltre quelli che ritenevo i miei limiti, oltre la semplice passione; che semplice non è nemmeno allacciarsi le scarpette almeno 4 volte in settimana per mesi.

Ha ragione Alberto quando nel suo bellissimo @Per4piedi definisce la maratona come “la regina che scava in te finché trova qualcosa, e che ti prende più o meno tutto per ridartelo più forte, potente, pieno di energie nuove“.

Preparare bene i 42 km, a qualsiasi livello, non è uno scherzo: per quanto mi riguarda negli ultimi mesi c’è stato spazio per poco altro. Pochissimo altro. Ora mi sto riappropriando lentamente della mia casa, della mia cucina (che per quanto basica ogni tanto qualche soddisfazione me la dà), di qualche rapporto interpersonale mio malgrado trascurato, e sebbene la mia testa continui a tentarmi con le lusinghe di un’altra 42 km da correre a breve, il piccolo imprevisto alla caviglia dimostra che forse non è il caso. Staremo a vedere.

Amo essere padrona della mia vita, per quanto possibile, ma amo anche sedermi dietro un immaginario banco di scuola ed imparare dalla grande Maestra.

A volte è bello anche lasciarsela scivolare addosso questa vita, come un vestito di raso sulla pelle nuda.

Giusto un attimo. Fermati. Rifiata. Riparti. 

Correre non è la mia vita, ma mi fa stare molto bene con me stessa: mettendo ordine nei miei pensieri, nel mio passato incasinato, nel mio saldo presente, e facendomi pregustare la gioia di sogni futuri da coltivare e  trasformare in realtà attraverso dedizione, determinazione, un briciolo di fortuna e fatica (si, sempre lei ;-)).

A suon di chilometri ho realizzato che anche la corsa ha contribuito a colmare (forse più di un pizzico) “quel senso di vuoto che tutti noi adottivi ci portiamo dietro (dicono e…. Dico)” e che subdolamente ricompare quando meno te lo aspetti. Ecco perché uso spesso l’espressione “le devo molto“. Io spero con tutto il cuore che “le mie confessioni” su queste pagine virtuali possano essere in qualche modo di aiuto a chiunque si possa identificare nelle mie parole, anche in minima parte: che si tratti di sport o di vita vissuta.

Rendersi conto di non essere gli unici “sfigati” (per qualsiasi ragione) sul pianeta Terra, credetemi, spesso è il primo vero ed importante passo verso quel cambiamento per farci stare meglio con noi stessi e di conseguenza con gli altri. Ricordo perfettamente come mi sentii quando per la prima volta ebbi il coraggio di ammettere con un’altra adotttiva koreana il senso di estraneità che provavo ogni mattina quando mi guardavo nello specchio del bagno, o, ancora peggio, quando accidentalmente la vetrina di un qualsiasi negozio restituiva la mia immagine mentre ci passavo davanti. E’ complicato da spiegare. Ero io, ma al tempo stesso non ero io. Cioè, sapevo che l’immagine riflessa ero io, ma al tempo stesso non mi ci riconoscevo. E la vetrina era peggio dello specchio del bagno, perché in un certo senso, per il bagno si trattava di un processo “predefinito e ritualizzato”, mentre la vetrina…. BAMMMM!!. Oddio, dovete scusarmi, non sono psicologa ma sono convinta che questo groviglio di parole corrisponda ad un termine scientifico adeguato; e mi viene anche da sorridere perché, ora, appartengo anche io all’esercito dei selfie!;-) Fatto sta che appena mi resi conto che anche la mia nuova amichetta provava lo stesso identico senso di estraneità, ecco… Beh, non ero più l’unica, qualcun altro condivideva il mio stesso IDENTICO disagio e questo fu quanto meno rassicurante. Un po’ come la carezza di mamma o papà fra i capelli, o il forte senso di protezione che ci dava da piccoli l’affondare il viso nel vecchio grembiule di nonna pregno di odori e storie di cucina, per essere consolati, coccolati, abbracciati.

Mene, il primo e l’unico a capire (prima di me) di cosa avessi veramente bisogno per ricomporre la mia vita ♥

Un po’ di conforto, spesso, è tutto ciò di cui un essere umano ha bisogno: quello stesso conforto della mia famiglia e degli affetti più cari dopo le lacrime di frustrazione della mia maratona a Venezia… Un tocco di bacchetta magica in grado di ridimensionare ogni cosa con il giusto valore e ricordandomi ancora una volta che, per quanto mi riguarda, il mio senso della vita è cercare di vivermela nel mio miglior modo possibile. Con amore e anche grazie alla corsa.

Buona vita e buone corse a tutti.

Nota: la foto dello stretching in ciclabile ad inizio articolo è uno scatto che probabilmente avete già visto e a cui sono particolarmente legata, perché risale ai giorni del concorso per New York in cui ero carica di un’energia pazzesca, mai provata prima. Quella di questi giorni è un’energia diversa, più mentale che fisica, ma ugualmente potente, nei confronti di una “follia” che per ora non oso nemmeno sussurrare ma in cui io e mio marito Maurizio crediamo da molto tempo e che forse è diventata finalmente matura, pronta per essere raccolta.




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