Vi racconto la mia maratona della vita (in Corea, ovviamente)

Seoul, domenica 18 marzo 2018: un giorno ed una maratona che occuperanno sempre un posto speciale nel mio cuore, per molte ragioni. Anche il tanto desiderato personale sulla distanza regina.

E’ stata un’avventura pazzesca, di quelle che “La racconterai ai tuoi nipotini“, e ne sono ancora talmente sopraffatta, che pur volendo far partecipe il mondo intero non so da che parte cominciare.

Ma andiamo con ordine…


Mancano pochi minuti alle 8 e fra poco sentiro’ lo sparo della partenza. Sono in ultima gabbia, scalpito come un puledro, impaziente di mordere le strade della mia città e concretizzare la fatica e l’impegno degli ultimi mesi; l’adrenalina è a mille, cerco di svuotare la mente ma si rivela una missione impossibile: sono tutta in subbuglio (fin dal mio arrivo in Corea in verità), non c’è una parte del mio corpo che non si muova, ripetendo all’infinito quei rituali che ogni runner conosce bene, quasi a voler stemperare l’ansia che, poco o tanto, assale tutti a pochi minuti dal via: “Sarò pronto/a? Avrò corso abbastanza km? E i lunghi? E se sbatto contro il muro? E se mi vengono i crampi? Perché ieri sera ho mangiato tutto quel kimchi?” … Alzi la mano chi non si è posto almeno una di queste domande almeno una volta prima del via (io tutte queste e tutte le volte).

In un momento di lucidità realizzo che è vero che per certe cose tutto il mondo è Paese, e la maratona non fa eccezione: cambiano le latitudini, cambiano i visi e la lingua, ma l’eccitazione, il clima festoso, l’odore inconfondibile della canfora e del poliestere made in China (in questo caso forse made in Korea ;-)) sono identici a New York come a Roma, Berlino o… Seoul.

Siamo a Gwanghwamun Plaza, la piazza più grande della città, al cospetto di re Sejong, che nella sua imponenza sembra augurarci il suo personalissimo “in bocca al lupo”. O forse sono io che interpreto a modo mio qualsiasi cosa, cercando rassicurazione in ogni sguardo ed in ogni runner che incontro… Accidenti, nemmeno alla mia prima maratona ero così agitata!!

Lo sparo dello starter pone fine alla mia agonia (ne vivrò di altro genere lungo il percorso, ovviamente), ma prima di varcare l’arco della partenza passeranno ancora parecchi minuti: ho il cuore che batte all’impazzata, è questa la mia maratona della vita: non poteva e non doveva essere New York, e non è Venezia che mi ostino a correre ogni anno anche se sembra stregata. Me ne rendo conto solo ora, e, ancora una volta, mi stupisco di come la vita a volte “decida per te”, sapendo che negandoti una gioia oggi, ti regalerà la felicità domani, componendo un puzzle dove ogni pezzo trova magicamente la sua giusta collocazione.

Incrocio lo sguardo dello speaker, che continua ad urlare cose a me incomprensibili, e penso che sarebbe proprio ora di mettersi a studiare il coreano e di impararne almeno le basi, giusto quel tanto che basta a non farmi sentire doppiamente straniera in Corea con la faccia che mi ritrovo.

I primi chilometri scorrono via che quasi non me ne accorgo, le gambe sembrano non risentire delle decine di migliaia di passi (!!!) camminati nei giorni scorsi, né delle pochissime ore di sonno. Mi godo la mia Seoul, orfana per qualche ora dei mostri a motore sulle strade, rimpiazzati da migliaia di runners che per una volta, la “inquineranno” di fatica e sudore, e, se possibile, mi sembra ancora più bella.

So che il mio non è un giudizio obiettivo, e come potrebbe? Sono perdutamente innamorata della mia città, della sua gente, e, come una donna innamorata del proprio uomo, ne vedo solo i pregi, a tal punto che mi sembrano tali anche i difetti.

Sono felice. Mi sento un tutt’uno con questa Terra. Con questo Paese. Con questa città. Con la sua maratona. Mi sento VIVA in ogni singola cellula del mio corpo ed è una sensazione meravigliosa.

Anche quando le gambe cominciano a trascinarsi, il fiato a farsi sempre più corto, le forze ad abbandonarmi. Insomma, sono in piena crisi, ma giuro a me stessa che non camminerò (che altrimenti è finita): ho addosso una carica emotiva enorme, la determinazione dei giorni migliori, quella giusta, quella che fa sempre la differenza.

Ripenso all’energia positiva che qualche giorno prima mi ha regalato l’incontro con la presidentessa di Kumfa, l’associazione a cui è stato destinato gran parte del ricavato della raccolta fondi legata al progetto: se le mamme di questa realtà riescono ad allevare le proprie creature fra mille difficoltà, affrontando una vera e propria discriminazione che le relega ai margini della società, evitando di dare i propri figli in adozione o, peggio ancora, di abortire, io posso benissimo concludere questa maratona correndo, e taglierò il traguardo siglando il mio pb. Voglio farlo, so che posso farlo. Sono partita dall’Italia con questo chiodo fisso e con la convinzione che solo ottenendo il personale nella mia Terra d’origine ci avrei finalmente fatto pace, facendo evaporare il risentimento per un Paese che è rimasto per anni senza colori. Ho intuito da subito che la corsa, in questo senso, sarebbe stata la cura perfetta, e la maratona un’alleata formidabile. E poi non vedo l’ora di comunicarlo a coach Alessandro, sto già gongolando all’idea della faccia che farà quando leggerà il mio messaggio ;-)).

Sono competitiva di natura, con me stessa prima di tutto, e la corsa per me non è mai stata divertimento: non mi diverto a sfinirmi di ripetute quando l’alternativa del divano è mille volte più allettante, non mi diverto a limitarmi a tavola quando l’istinto sarebbe quello di mangiarsi una torta intera a colazione, non mi diverto a rotolare fuori dal letto la mattina ed avviare il garmin non distinguendo bene i numeri perché gli occhi sono ancora incollati (non che ci sia una gran differenza tra occhi aperti e chiusi nel mio caso ;-));

non mi diverto a condizionare la mia vita sociale, quella vera, in funzione della famigerata tabella, perché, diciamolo pure… Ci sono giornate che vengono programmate al millimetro in funzione di un determinato allenamento, che solitamente ha la priorità su quasi tutto il resto, vero o no? Il divertimento di solito arriva sempre dopo, in quella che io amo definire la cornice che rende più bello il quadro: i brindisi e le cene con i compagni di avventura, il confronto delle rispettive esperienze, scoprire posti nuovi, postare le foto migliori sui social. Prima non è divertimento: prima è impegno, dedizione e spesso sacrificio, a volte anche frustrazione e fatica boia. Sbaglio ad affermare che in ognuno di noi si nasconde una certa dose di “sano autolesionismo” legato alla sofferenza fisica? Che, se non altro, ci fa sentire vivi più che mai? E che è direttamente proporzionale alla soddisfazione/piacere che proveremo dopo? Sto sicuramente sorridendo mentre penso che se fosse realmente così, finora avrei accumulato un tale “credito di soddisfazione” da essere a posto per il resto della mia vita. La mente vaga, brutto segno…

Per fortuna da uno dei tanti ponti che attraversano l’Hangang River scorgo in lontananza lo stadio olimpico, dove è previsto il traguardo: incredibile, mancano solo due miseri chilometri e basta questo pensiero, ed il supporto morale discreto ma efficacissimo di Daniele, ad infondermi nuova energia vitale; non so da dove la prendo, ma un’occhiata veloce al Garmin mi conferma che, salvo disastri dell’ultima ora, il pb è veramente ad un soffio stavolta; è l’ultimo pensiero coerente che elaboro, perché a pochi metri dall’ Olympic Sport Complex l’emozione, ancora una volta, mi stravolge letteralmente: a malapena realizzo che sto singhiozzando senza ritegno, faccio fatica a respirare nonostante mi affanni a far entrare aria nei polmoni; non capisco più nulla, il cervello è in pappa e rischio di andare in iperventilazione (ma probabilmente lo sono già).

Il giro di pista all’interno dello stadio è una roba da brividi. Qui, nel 1988 Gelindo Bordin vinceva la maratona olimpica, e, 30 anni dopo, anche io, italiana misto trentino/coreano, ottengo la mia personalissima vittoria correndo la stessa distanza, superando difficoltà e pregiudizi, condividendo l’idea e la realizzazione di un progetto folle.

Taglio il traguardo lasciando libero sfogo alle lacrime… Non so perché piango (io che non piango mai alle maratone). O forse si: piango perché sono esausta, emotivamente, mentalmente e fisicamente. Piango perché nel mio piccolo credo di aver realizzato qualcosa di grande, per gli altri, con gli altri, per me, ed altri come me, qualcosa che mi ha tolto il sonno per notti intere ma che ora mi fa stare così bene e sentire tremendamente giusta e centrata (una volta tanto). Piango perché senza l’aiuto e la generosità di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del progetto avrei corso “solo un’altra maratona”, da sola, senza avere la chance di provare sulla propria pelle cosa significhi mettersi in gioco, metterci la faccia e prendersi delle responsabilità morali enormi in nome di qualcosa in cui si crede fino al midollo.

Penso ai miei figli e a Maurizio in Italia, che forse stanno dormendo o forse no, in attesa di sapere come è andata; in questi mesi hanno visto il meglio ed il peggio di me, senza farmi mai mancare il loro amore incondizionato ed il loro supporto; lo avrete intuito: senza mio marito non avrei neanche cominciato a pensarci alla “kadsmarathon, la maratona degli adottivi coreani”, nemmeno quando era allo stato di semino in attesa di annidarsi nel mio cervello.

Ed infine piango perché, nitido come non mai, rivedo il volto di mamma Emma, che prima della partenza mi ha quasi minacciata salutandomi con queste parole: “Goditela, ma vedi di tornare tutta intera dalla tua mamma, che sono IO!

Unica ed inimitabile mamma Emma…

Un altro cerchio si è chiuso, ma come in questa figura geometrica così affascinante dove l’inizio e la fine combaciano sempre, come se non ci fosse differenza, come se fossero la stessa cosa (e probabilmente lo sono), il punto di fine è anche un nuovo punto di partenza per il prossimo cerchio che si aprirà: del resto, non è questo il bello della vita?
Ancora una volta, grazie corsa per avermi regalato alcune delle emozioni più belle di tutta la mia vita. Impossibile non amarti.

Nota: certe cose si comprendono solo vivendole sulla propria pelle. E mai avrei pensato di poter affermare un giorno che “essere adottato/a” potesse diventare un valore aggiunto. Ma credetemi, per me lo è. Come lo è essere un runner (di qualunque tipo, di qualunque distanza). E dopo la Kadsmarathon ne sono ancora più convinta.

Buone corse e buona vita a tutti.

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