Hello Kim, se non corro non sono coreana

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Sono felicemente coreana e la corsa è la mia passione più grande.

Cosa vuol dire essere coreana?

Per me che ci sono nata e vissuta il tempo necessario per non ricordare nulla a livello conscio ma sufficiente per portarmi sulle spalle un fardello ingombrante di esperienze, significa soprattutto possedere una grande forza interiore: chiamatelo orgoglio, determinazione, resilienza o più semplicemente “han” , una parola intraducibile che racchiude in sè l’essenza dell’essere coreano: malinconia e tristezza, ma anche speranza, nostalgia di felicità passate ma anche fiducia nei confronti di un futuro riscatto, senso di appartenenza e dell’onore; Tiziano Terzani descrive l’han in modo mirabile nel suo libro “In Asia”, nel capitolo dedicato alla Corea, definendola un gambero fra due balene, Cina e Giappone.

La Corea ha ampiamente dimostrato la sua affermazione nel mondo, soprattutto in ambito economico e tecnologico, ma non è sempre stato così. Fino ai primissimi anni 90 i coreani hanno sempre vissuto nella loro “terra delle 10.000 vette, 10.000 isole e 10.000 cascate” senza mai esserne stati padroni, ma anche inchinandosi alla volontà dei più potenti (in particolare dei giapponesi) hanno sempre nutrito la propria identità con grande caparbietà ed orgoglio. La storia insegna, e la penisola coreana è sempre stata vittima di invasioni e conquiste straniere, palcoscenico di guerre altrui, costantemente oppressa e soggiogata ma mai sopraffatta: i coreani, pieni di han, hanno sempre conservato la loro caratteristica di popolo colto, affinata nei secoli attraverso le loro tradizioni e cultura millenarie.

Come non essere fiera di essere coreana? Solo un cinquantina di anni fa, il mio era un Paese letteralmente in ginocchio, devastato dall’occupazione giapponese che ha lasciato in eredità un rancore mai sopito fra i due popoli: a questo proposito mi sento di darvi un consiglio spassionato; se mai dovesse capitarvi di incontrare un asiatico e avere un minimo dubbio sul fatto che sia cinese o giapponese piuttosto che vietnamita, lasciate che sia lui/lei ad esaudire la vostra curiosità: non esiste infatti peggior offesa per un coreano che essere scambiato per un giapponese!

Corea, la Terra del calmo mattino, la mia terra madre, e la corsa, strumento meraviglioso e perfetto per guardarmi dentro, senza alibi nè scuse. Forse senza la corsa non avrei mai raggiunto quel grado di consapevolezza che mi ha portato ad approcciarmi, dapprima timidamente e via via sempre più libera e curiosa, ad una realtà impossibile da respingere: sono coreana. I coreani amano definire Seoul, la loro immensa capitale, la “bellezza allo specchio”, stupenda ma inafferrabile, ed è buffo come anche la corsa, a modo suo, lo sia: stupenda nella sua pratica, spesso inafferrabile nei traguardi personali che mi pongo: c’è sempre un nuovo obiettivo da raggiungere, la maratona perfetta è sempre la prossima, la corsa più bella deve ancora arrivare…. ed è proprio qui che risiede il suo fascino più  grande, l’attrattiva a cui, puntualmente, non so resistere, come non resisto al canto delle sirene coreane piene di han, che puntualmente, ogni anno, mi fanno saltare su un aereo per volare verso quella che considero sempre più CASA.

Si…. Se non corro, non sono coreana

Nota: il motto del blog “Se non corro non sono coreana” è una genialata di Paolo Andreatta, detto Pandreat: a lui il grande merito di aver saputo cogliere al volo l’essenza della sottoscritta e aver creato l’incipit migliore per questo blog che ha tanto di suo. Grazie, anzi ….. 감사합니다.